ADRIENNE RICH



LO SPACCO ALLA RADICE


Sedici anni. Le strade erose, strette dell’interno
quasi uguali. Le fattorie: quasi uguali,
un nuovo fienile qui, un nuovo tetto là, una macchina arrugginita,
lo zuccherificio crollato, la roulotte, la giovane moglie
che vorrebbe fare un prato nel cortile,
nomi nuovi, nomi vecchio stampo: Roquette, Desmarais,
Clark, Pierce, Stone. Gossier. Non sono nomi miei.
La volpe che incontrai al crepuscolo sulla Strada 5
a sud Willoughby: morta da tempo. Fu un presagio
per me, lei sopravvissuta a radunare i cuccioli
sulla svolta argentea della strada
nel millenovecentosessantacinque.
Forme delle cose: così uguali
da sembrare forme eterne: la casa e il fienile
sull’altura sopra a May Pond; la cima di Pisgah;
il volto dell’asclepìade in fiore,
acqua di ruscello increspata sull’obliquo granito,
boleto sotto il pino, la cui pelle è segnata
dagli aghi disfatti spezzati nascendo.
Fiore di carota selvatica, con la sua goccia di sangue.
Silene venata di porpora.
Erba medica multifoglie.





LETTERE A UNA GIOVANE POETA

1.

La foto non ti renderà giustizia
i formicai umidi e gibbuti t’impediranno di puntare
la lente sulla palude

i cinque cigni che sorvolano stridendo
distraggono la tua sete di definizione
e fuga


2.

lascia che tiri la tua vestaglia gelida e che
ti dica una parola: Ineluttabile

– intendendo che a questo non sfuggirai:
la peggiore delle nuove nuove

la storia corre avanti e indietro
nel labirinto panico

– io non ti toccherò di nuovo:
tua la scelta se congelare o meno

voglio dire, tu ed io siamo chiusi
in un laboratorio senza scienza

3.

T’allieterebbe pensare
che la poesia sia pura e possa come niente

prendere posto sotto bagliori di lampi
o coltri di nebbia vivere la propria vita

sgridata, zittita
da un lacerto di viscere che gronda nomi

– compositori visitano Terezin, registi Sarajevo
Cabrini-Green o Edenwald Houses

    ineluttabile

se una donna intensa quanto un qualunque artista, né più né meno
può gettarsi in un qualunque giorno giù dal quattordicesimo piano

ti solleverebbe sostenere la poesia
con questo non ha a che fare?

4.

rivolta gli orli della tua distrazione
il suo rovescio sottomarino striato

dal flusso distruttivo del dolore
che erode e risucchia, tira e molla

avanti e indietro, un ordito di grotte, l’embrione della tua paura
che scalcia nel loro viscido lussureggiare protetto
dalla serra d’acqua

cercando, nella distrazione, di radicarsi saldamente
cercando di contrastare la corrente
di questo assurdo ripetersi

Guarda: con tutta la mia paura io sono qui
con te, a provare cosa comporta stare; cosa comporta andare

5.

Arenata. Barca a remi, piroga, presa
tra la più bassa e la più alta delle maree primaverili. Arenata. Avvenuta,
in stallo, arretrata, sí, essere generata
essere – l’infernale passivo
essere – come in Siedi, Stai, Sdraiati, Obbedisci.
Il desiderio terribile del cane che gli prende il cervello
e lo depone ai piedi calzati di stivali.

Tu puoi essere così per sempre – essere
come senza muoverti.

6.

Ma ecco come io, tuttavia, ne emergo:
spingendo in su da sotto
il capo avvolto in una sciarpa a scacchi
un casco con la torcia sulla fronte
spingendo fuori dal magma
questa faccia velata questa testa illuminata
che affronta il filtrare della morte
la bocca che ha nuotato tra i detriti
pronunciando con chiarezza
Ciao e addio


Tuttavia, chi vuole sapere
di questa bocca pallida, questo
rossetto cremisi Chi
delle mie corde vocali da travestito del mio amaro ritmare
l’occhiata in tralice che oltre la spalla getto
alle grandiose strofe e antistrofe
il mio canto, il mio ululato, i sacri resti delle mie unghie,
dei capelli, la mia dissenteria, la mia scandalosa gola allegra

la colonia penale del mio davanzale senza uccelli
la mia faccia giù in centro in film di Saffo ed Artaud?

Tutti.    Per poco

7.

Non è il déjà vu che uccide
è la preveggenza
la testa che parla dal cratere

Volevo andare dove
il cervello non fosse andato ancora
non volevo starci
così sola






PER I MORTI


Ho sognato di chiamarti al telefono

per dirti: Sii più dolce con te stesso

ma eri ammalato e non hai risposto

Lo spreco del mio amore prosegue in questo modo

cercando di salvarti da te stesso

ho sempre pensato ai residui

di energia, di come l'acqua scorre da un colle

dopo che le piogge si sono fermate

o del fuoco che vuoi lasciare quando vai a letto

ma senza riuscirci, che si consuma senza spegnersi,

i carboni sempre più rossi, sempre più strani

nel scintillare e nello spegnersi

di quanto tu non lo desiderassi

seduto lì a mezzanotte passata




LE TIGRI DI ZIA JENNIFER


Le tigri di zia Jennifer scorrono sullo schermo,

Luminose creature di topazio in un mondo di verde.

Non temono gli uomini sotto l'albero;

Si muovono con felina nobile certezza.

Le dita di zia Jennifer svolazzano sopra la lana

Spingono con difficoltà il lungo ago d'avorio.

L'anello matrimoniale massiccio dello Zio

Grava tanto sulla mano di zia Jennifer.

Quando zia morirà, le sue mani terrorizzate resteranno

Ancora inanellate con le sfide che l'hanno conquistata.

Le tigri sul ricamo da lei completato

Continueranno a muoversi, fiere e senza paura.


 

IN UN' AULA


Parlando di poesia, spostando le braccia

piene di libri sul tavolino dove le facce

guardano in giù oppure in alto, ascoltando, leggendo

ad alta voce, parlando di consonanti, di elisioni,

intrappolate nel come, ignorando il perché;

guardo il tuo viso, Jude,

né immusonito né remissivo,

opaco nell'obliqua pioggia di polvere sulla tavola:

una presenza come la pietra, se la pietra potesse pensare

Ciò che non posso dire, è me. Per questo sono venuta.

 


 EVENTUALI IMMIGRANTI NOTATE PER FAVORE


O passerete

attraverso questa porta

o non ci passerete.

Se passerete

ci sarà sempre il rischio

di ricordare il vostro nome.

Le cose vi guarderanno due volte

e dovrete ricambiare lo sguardo

lasciandole accadere.

Se non ci passate

è possibile

vivere con dignità.

mantenere le vostre attitudini

la vostra posizione

morire con coraggio

ma molto vi accecherà,,

molto vi sfuggirà,

a quale costo chi lo sa?

La porta stessa

non fa promesse.

È solo una porta.

 




 LA MIA BOCCA QUASI SFIORA I TUOI SENI


La mia bocca quasi sfiora i tuoi seni

nel breve grigio pomeriggio d'inverno

in questo letto siamo delicate

e ci tocchiamo con gioia così calda da stupirci

dure e delicate disegniamo anelli una

intorno all'altra la nostra candela diurna

brucia con la sua luce particolare e se la neve

comincia a cadere e coprire i rami

e se cade la notte senza essere annunciata

ci sono le delizie dell'inverno

improvvise, selvagge e delicate le tue dita

esatta la mia lingua, esatta al medesimo istante

fermandosi per ridere a una tua barzelletta

è il mio amore sulla tua scia al cuspide dell'inverno.

 




CARTOGRAFIE DEL SILENZIO

1.

Una conversazione inizia

con una bugia, e ogni

parlante della cosiddetta lingua comune sente

la spaccatura nel ghiaccio, la separazione

come assenza di potere, come se fosse contro

una forza della natura

Una poesia può iniziare

con una bugia. Per essere stracciata.

Una conversazione ha altre leggi

si ricarica della sua propria

falsa energia. Non può essere stracciata.

Infiltra il nostro sangue. Si ripete.

Con lo stilo incide irrepetibilmente

l'isolamento che nega.

2.

La stazione di musica classica

che suona ora dopo ora nell'appartamento

l'alzare il rialzare

e l'alzare di nuovo la cornetta telefonica

Le sillabe che pronunciano

L'antico parlare ancora e ancora

La solitudine del bugiardo

che vive nell'intreccio formale della bugia

girando i controlli per affogare il terrore

sepolto sotto la parola mai pronunciata

3.

La tecnologia del silenzio

i rituali, il protocollo

l'annebbiarsi dei termini

silenzio non assenza

di parole o musica oppure

suoni malvagi

Il silenzio può essere un piano

rigorosamente completato

la cartografia della vita

É una presenza

ha una storia una forma

Non confonderla

con qualsiasi tipo di assenza

4.

Quanto tranquille, quanto inoffensive queste parole

incominciano ad essere per me

anche se spinte dal dolore e dall'ira

Posso oltrepassare questo film dell'astratto

senza ferire me stessa oppure te

qua c'è abbastanza dolore

È per questo che suona il classico del jazz su questa stazione?

per dare un sottofondo di significato al nostro dolore?

5.

Il silenzio si fa nudo:

Nella Passione di Giovanna di Dryer

il viso di Falconetti, capelli corti, una grande geografia

sorvegliata mutamente dalla telecamera

Se ci fosse poesia dove questo può accadere

non come spazio vuoto oppure parole

stirate come pelle sopra i significati di una notte nella quale due persone

si sono parlate fino all'alba.

 


TUFFARSI NEL RELITTO


Appena letto il libro dei miti,

e caricato la macchina fotografica,

e controllato la lama del coltello,

ho indossato

la tuta protettiva di gomma nera

le pinne assurde

la grave e scomoda maschera.

Devo fare questa cosa

non come Cousteau con la sua

squadra laboriosa

a bordo di una solare goletta

ma qui da sola.

C'è una scala,

la scala è sempre presente

con innocenza agganciata

al fianco della goletta.

Conosciamo la sua funzione

noi che l'abbiamo usata.

Altrimenti

è un pezzo di relitto marino

uno strumento particolare.

Mi immergo.

Gradino dopo gradino e ancora

l'ossigeno m'invade

la luce blu

gli atomi trasparenti

della nostra aria umana.

Vado giù.

Le pinne rendono tutto difficile,

striscio come un insetto lungo la scala

e non c'è nessuno

a dirmi dove l'oceano

incomincerà.

All'inizio l'aria è blu e poi

ancora più blu e poi verde e poi

nera. Sto per svenire eppure

la mia maschera è potente

pompa il mio sangue con forza

il mare è un'altra storia

il mare non è una questione di forza

devo imparare da sola

a girare il corpo senza sforzo

nell'elemento profondo.

E adesso: è facile dimenticare

perché sono qui

in mezzo ai tanti che hanno sempre

vissuto qui

sventolando i loro ventagli dentellati

in mezzo ai coralli

e oltre tutto

si respira diversamente qui sotto.

Sono venuta ad esplorare il rottame

Le parole sono scopi.

Le parole sono carte geografiche

Sono venuto a verificare il danno fatto

e il tesoro sopravissuto.

Sposto la scia della mia lampada

lentamente lungo la fiancata

di un qualche cosa più permanente

dei pesci e delle alghe

la cosa per cui sono qui:

il relitto e non la storia del disastro

la cosa in sé e non il mito

il viso annegato che sempre fissa

il sole

l'evidenza del danno

levigata dal sale e per sempre in questa scabra beltà

le costole del disastro

a riflettere il loro inserimento

fra gli incerti predatori.

Questo è il luogo.

E sono qui, la sirena dai capelli scuri

che nuotano all'indietro, sirena intrappolata

nell'armatura da palombaro. Giriamo in silenzio

intorno al relitto

ci tuffiamo nella stiva.

Sono lei: sono lui

il cui viso annegato dorme a occhi spalancati

il cui seno porta ancora lo stress

il cui cargo d'argento e di rame vermiglio riposa

oscuramente dentro barili

fissati a metà e lasciati a marcire

noi siamo i quasi disfatti strumenti

che una volta segnavano il percorso

il diario di bordo inzuppato d'acqua

la bussola rotta

Siamo, sono, sei

per codardia o per coraggio

colui che scopre la via

del ritorno alla scena

con un coltello, una macchina fotografica

un libro dei miti

dove i nostri nomi non ci sono.

 



DA UN ATLANTE DEL MONDO DIFFICILE


So che stai leggendo tardi questa

poesia, prima di lasciare l' ufficio

con l'abbagliante lampada gialla e la finestra nel buio

nell'apatia di un fabbricato sbiadito nella quiete

dopo l'ora di traffico. So che stai leggendo questa poesia

in piedi nella libreria lontano dall'oceano

in un giorno grigio di primavera, fiocchi sparsi di neve

spinti attraverso enormi spazi di pianure intorno a te.

So che stai leggendo questa poesia

in una stanza dove tanto è accaduto che non puoi sopportare

dove i vestiti giacciono sul letto in cumuli stagnanti

e la valigia aperta parla di fughe

ma non puoi ancora partire. So che stai leggendo questa poesia

mentre il treno della metropolitana perde velocità e prima di salire

le scale

verso un nuovo tipo d'amore

che la vita non ti ha mai concesso.

So che stai leggendo questa poesia ala luce

del televisore dove immagini mute saltano e scivolano

mentre tu attendi le telenotizie sull'intifada.

So che stai leggendo questa poesia in una sala d'attesa

Di occhi che s'incontrano sì e no, d'identità con estranei.

So che stai leggendo questa poesia sotto la luce al neon

nel tedio e nella stanchezza dei giovani fuori gioco,

che si mettono fuori gioco quando sono ancora troppo giovani. So

che stai leggendo questa poesia con una vista non più bu0na, le spesse lenti

ingigantiscono queste lettere oltre ogni significato però

continui a leggere perché anche l'alfabeto è prezioso.

So che stai leggendo questa poesia mentre vai e vieni accanto alla stufa

scaldando il latte, sulla spalla un bambino che piange, un libro

nella mano

poiché la vita è breve e anche tu hai sete.

So che stai leggendo questa poesia non scritta nella tua lingua

indovinando alcune parole mentre altre continui a leggerle

e voglio sapere quali siano queste parole.

So che stai leggendo questa poesia mentre ascolti qualcosa,

diviso fra rabbia e speranza

ricominciano a fare di nuovo il lavoro che non puoi rifiutare.

So che stai leggendo questa poesia perché non rimane

nient'altro da leggere

là dove sei atterrato, completamente nudo.

 



VIVERE NEL PECCATO


Credeva che lo studio si sarebbe mantenuto da solo;

niente polvere sui mobili dell'amore.

Una mezza eresia volere le serrature meno rumorose,

i vetri meno sporchi. Un piatto di pere,

un pianoforte coperto da uno scialle persiano, un gatto

che segue il divertente topo arabesco

appena scosso dall'inseguimento.

Non è che alle cinque ogni gradino serpeggiasse

sotto i passi del lattaio; quella luce mattutina

con freddezza delineava i rimasugli

del formaggio di ieri sera e tre bottiglie sepolcrali;

che da una mensola di cucina in mezzo ai piatti

un paio di occhi da insetto si agganciassero ai suoi-

messaggio da qualche villaggio fra le cornici...

Nel frattempo lui, sbadigliando,

suonava una dozzina di note sulla tastiera,

dichiarandola stonata, scuoteva le spalle allo specchio,

si grattava la barba poi usciva in cerca di sigarette;

mentre lei, schernita da demoni minori,

tirava su le lenzuola e rifaceva il letto e prendeva

uno straccio per pulire la superficie della tavola,

e lasciare che la caffettiera debordasse sulla stufa.

Ora di sera si era innamorata di nuovo,

ma non così completamente anche se durante la notte

a volte si svegliava per sentire il giorno entrare

come un lattaio inarrestabile su per le scale.




PER QUESTO

Se ho teso la mano ai tuoi versi(l’ho fatto)
come a lettere dei morti che ridestano l’animo
da rabdomante cercato la tua fonte
per abbeverare la mia sete
scavato nel mio concime scheletri e petali
che per te dovevano riflettere la luce:

– al lavoro nel mio sotterraneo mangiato dai vermi
roso dai tarli senza patria
ho una scusa?

Se ho sfiorato il tuo dito
con lingua affamata
leccato dal tuo palmo una crepa di sale
se ti ho sognato o pensato
sacca di sangue appena estratto
appeso rossoscuro a un gancio
piú in alto del mio cuore
( tu che comprendi la trasfusione)
a cos’altro dovrei rivolgermi?

Una luce-spia brilla fioca
mentre i fuochi del gas dormono
(un gatto esce in punta di zampa dai fornelli
al gelo notturno)
il linguaggio raro e agile come la verità
scioglie il silenzio piú radicale

L’etica del custode di un faro:
cura di tutti o di nessuno
per questo si può pure dare fuoco ai mobili
Un questo contro cui abbiamo sbattuto
come se la luce potesse essere spenta a estro
il salvataggio negato ad alcuni

e rimanere un faro




MUSICA :PANFLUTE MEDITATION