Emily Dickinson


       

Io so bene che dentro la mia stanza
c’è un amico invisibile,
non si rivela con qualche movimento
né parla per darmi una conferma.

Non c’è bisogno che io gli trovi posto:

è una cortesia più conveniente
l’ospitale intuizione
della sua compagnia.

La sola libertà che si concede

è di essere presente.
Né io né lui violiamo con un suono
l’integrità di questa muta intesa.

Non non potrei mai stancarmi di lui:

sarebbe come se un atomo ad un tratto
si annoiasse di stare sempre insieme
agli innumerevoli elementi dello spazio.

Ignoro se visti anche altri,
se rimanga con loro oppure no.

Ma il mio istinto lo sa riconoscere:
il suo nome è Immortalità.





Ho sempre amato,

e te ne do la prova:
prima di amare,
io non ho mai vissuto pienamente.

 Sempre amerò,

e questo è il mio argomento:
l'amore è vita
e la vita ha qualcosa di immortale.

 Se dubiti di questo,

allora io, amore,
nient'altro ho da mostrare
nient'altro che il Calvario.




Ella giaceva come se per gioco

la sua vita se ne fosse andata
in un balzo, decisa a ritornare,
però non così presto.

 Le sue braccia felici abbandonate,
come se nella pausa del trastullo avessero scordato

per un attimo di riprendere il gioco.

 I suoi mobili occhi semiaperti,

come se in essi la loro padrona
ancora scintillasse, solamente
per burlarsi di voi.

 Il suo mattino lì, dietro la porta,

a escogitare un modo - son sicura - 
per forzare il suo sonno 
così lieve e profondo.





Cuore lo dimenticheremo!

Tu e io stanotte!

Tu dimentica il calore che ti ha dato,

io scorderò la luce!

 

Quando avrai finito, te ne prego,
dimmelo, così che io cominci!

Presto, presto! Potrei pensare a lui

mentre tu perdi tempo!





Piangere è una cosa tanto piccola -

sospirare una cosa tanto breve - 

ma è di occupazioni di tal genere 

che noi uomini e donne moriamo.






Si addicono le perle al suo bel petto

ma io non so pescarle.

Regale è la sua fronte,

ma non ho una corona.

Il suo cuore aspira ad una casa,

ma io - un passerotto - costruisco

il mio perenne nido

tenero di ramoscelli e spago.






Mi incanta il mormorio di un'ape -

qualcuno mi chiede perchè -
piu' facile è morire che rispondere.

 Il rosso sopra il colle annulla la mia volontà -

se qualcuno sogghigna stia attento
- perchè Dio è qui - questo è tutto.

 La luce del mattino mi eleva di grado -

se qualcuno mi chiede come -
risponda l'artista che mi tratteggiò così.




La speranza è un essere piumato

che si posa sull'anima,
canta melodie senza parole e non finisce mai.

 La brezza ne diffonde l'armonia,

e solo una tempesta violentissima 
potrebbe sconcertare l'uccellino 
che ha consolato tanti.

 L'ho ascoltato nella terra piu' fredda

e sui piu' strani mari.

Eppure neanche nella necessità

ha chiesto mai una briciola - a me.




                                                                                                   


Buongiorno, mezzanotte.

Torno a casa.

Il giorno si è stancato di me:

come potevo io - di lui?

 

Era bella la luce del sole.

Stavo bene sotto i suoi raggi.

Ma il mattino non mi ha voluta piu',

e così, buonanotte, giorno!

 

Posso guardare, vero,

l'oriente che si tinge di rosso?

Le colline hanno dei modi allora

che dilatano il cuore.

 

Tu non sei così bella, mezzanotte.

Io ho scelto il giorno.

Ma, ti prego, prendi una bambina

che lui ha mandato via.





Il sole tramontava, continuava

a tramontare,e io non percepivo

sul villaggio i colori della sera,

di casa in casa era mezzogiorno.

 

Il giorno si attenuava, continuava

ad attenuarsi, non c'era rugiada

sull'erba: si posava sulla fronte

e poi mi si spargeva sopra il viso.

 

Dormivano i miei piedi, continuavano

a dormire, ma le dita eran sveglie,

e tuttavia, perchè un così lieve

suono veniva dalla mia sembianza?

 

Conoscevo bene la luce, prima,

e non la posso piu' vedere adesso.

Questo è morire, e io sto morendo

ma  non ho paura di saperlo.





La fiamma rossa - è il mattino -

la viola - il mezzogiorno -

la giallo- il tramonto

e dopo è  il nulla.

 

Ma a sera infinite scintille

rivelano la vastità bruciata 

il territorio d'argento

non ancora distrutto.








Quando la notte è quasi terminata

e l'alba è tanto vicina

che possiamo toccare gli spazi - 

è ora di lisciarsi i capelli

 

e preparare le fossette nelle guance - 

e stupirsi di esser stati in pena

per quella vecchia, svanita mezzanotte - 

che ci atterrì soltanto per un'ora.

 

                      

Morii per la Bellezza, e non appena

mi ebbero accomodata nella tomba

un uomo morto per la Verità

venne deposto nella stanza attigua.

 

Mi chiese piano perchè fossi morta.

"Per la Bellezza", gli risposti pronta,

"Io per la Verità", soggiunse lui.

"Sono una cosa sola, siam fratelli".

 

Come parenti incontratisi una notte,

conversammo da una stanza all'altra,

finchè il muschio ci raggiunse le labbra,

ricoprendo per sempre i nostri nomi.







Nuovi piedi percorrono il giardino, 

nuove dita smuovono la zolla - 

un trovatore sopra l'olmo

tradisce la solitudine.

 Nuovi bambini giocano sul prato

nuovi stanchi dormono di sotto - 

torna ancora la pensosa primavera

e torna ancora la neve - puntuale.




Per quei vecchi campi della memoria,
Vagabondare da soli
È un'intemperanza divina
Che un uomo prudente eviterebbe.
Da liquori in vendita
È facile guardarsi
Ma gli statuti non hanno a che fare
Col tribunale interno.
Perniciosa come il tramonto
Che permette di perseguire
Ma impotente a raccogliere,
La tranquilla perfidia
Lega i nostri momenti più saldi
Con quell'oro inflessibile
Conveniente per il desiderio
Ma altrimenti negato.





Che cosa manca di più -
La mano che dà sollievo
O il cuore così lievemente portato,
Due volte più pesante di com'era
Poiché la mano se n'è andata?
Che cosa santifica di più
Il labbro che può,
O quello che andò a dormire
Tentando un "se potessi"
Senza la forza di foggiare?





Se la natura fosse una signora mortale
Che ha così poco tempo
Per riempire il suo baule e sistemare
Il grande cambio di stagione -

Quanto rapide, quanto gravose -
Quali urgenze vi sarebbero -
Ma la natura sarà sollecita
E avrà un'ora d'avanzo.

Per fare più bella qualche inezia
Che era già bella prima -
Ammaliante nel restare,
E ancor più nel partire.



  

Il suono più triste, il suono più dolce,
Il suono più pazzo che esista, -
Gli uccelli, lo fanno in primavera,
Al delizioso chiudersi della notte,

Sulla linea fra marzo e aprile -
Quella magica frontiera
Al di là della quale l'estate esita,
Quasi troppo celestialmente vicina.

Ci fa pensare a tutti i morti
Che si aggiravano con noi qui,
Dal sortilegio della separazione
Resi crudelmente più cari.

Ci fa pensare a ciò che avevamo,
E a ciò che ora piangiamo.
Quasi vorremmo che quelle gole incantatrici
Se ne andassero e non cantassero più.

Un orecchio può spezzare un cuore umano
Tanto in fretta quanto una lancia.
Vorremmo che l'orecchio non avesse un cuore
Così pericolosamente vicino.

 



L'Estate che non apprezzammo
Tanto facili erano i suoi tesori
Ci istruisce ora che se ne sta andando
E il riconoscimento è tardo -
Si scuote - mette il Soprabito
E vaglia con fatale prontezza
Treni in quel momento fuori di vista
Inconsapevoli della sua sveltezza




L'annegare non è così penoso
Come il tentativo di risalire.
Tre volte, si dice, chi sta affondando
Torna su di fronte al cielo,
E poi discende per sempre
Verso quell'aborrita dimora,
Dove lui e la speranza si separano -
Perché lui è afferrato da Dio.
Il volto cordiale del Creatore,
Per quanto bello a vedersi,
È scansato, dobbiamo ammetterlo,
Come un'avversità.





Ho un Uccello in primavera
Che per me sola canta -
La primavera ammalia.
E quando l'estate s'avvicina -
E quando la Rosa appare,
Il pettirosso se n'è andato.

Ma non me ne rattristo
Sapendo che l'Uccello mio
Pur se volato via -
Impara al di là del mare
Nuove melodie per me
E tornerà.

Sicuri in una più salda mano
Custoditi in una più fidata Terra
Sono i miei -
Ed anche se adesso vanno via,
Dico al mio cuore in ansia
Essi sono tuoi.

In più sereno Splendore,
In più dorata luce
Vedo
Ogni piccolo dubbio e paura,
Ogni piccola discordia di quaggiù
Sparita.

Dunque non mi rattristerò,
Sapendo che l'Uccello mio
Pur se volato via
Da un albero lontano
Splendenti melodie per me
Invierà.






I piedi di chi cammina verso casa
Con più allegri sandali vanno -
Il Croco - finché non spunta
Il Vassallo della neve -
Le labbra all'Alleluia
Lunghi anni di pratica sostennero
Finché dai e dai quei Barcaioli
Camminarono cantando sulla riva.

Le perle sono gli spiccioli del Tuffatore
Estorti al mare -
Le piume - il carro del Serafino
Appiedato un tempo - come noi -
La notte è la Tenda del mattino
Latrocinio - lascito -
La morte, solo rapita attenzione
All'Immortalità.

Le mie cifre non riescono a dirmi
A che distanza sia il villaggio -
I cui contadini sono gli angeli -
I cui Campi costellano i cieli -
I miei Classici chinano il volto -
La mia fede adora quel Buio -
Che dalle sue solenni abbazie
Tale risurrezione riversa.




La Genziana tesse le sue frange -
Il telaio dell'Acero è rosso -
I miei fiori in partenza
       Sostituiscono la parata.

Una breve, ma paziente malattia -
Un'ora per prepararsi -
E una quaggiù, stamane
È dove sono gli angeli -
Fu una breve processione -
Il Bobolink era là -
Un'anziana Ape ci parlò -
E poi ci inginocchiammo in preghiera -
Confidiamo che lei fosse consenziente -
Chiediamo di poterlo essere noi -
Estate - Sorella - Serafino!
Portaci con te!

Nel nome dell'Ape -
E della Farfalla -
E della Brezza - Amen!






C'è un mattino agli uomini invisibile -
Le cui fanciulle su un più remoto prato
Celebrano il loro serafico maggio -
E per tutto il giorno, con balli e giochi,
E capriole che non potrei mai descrivere -
Impiegano il giorno festivo.

Qui a passo leggero, si muovono i piedi
Che non camminano più per le strade del paese -
Né presso il bosco si incontrano -
Qui sono gli uccelli che cercavano il sole
Quando la conocchia dell'anno passato oziosa pendeva
E i bordi dell'estate erano confinati.

Mai vidi una così meravigliosa scena -
Mai un tale cerchio su un tale prato -
Né così sereno insieme -
Come se le stelle in una qualche notte d'estate
Alzassero i loro calici di Crisolito -
E festeggiassero fino a giorno -

Come te ballare - come te cantare -
Popolo sul mistico prato -
Io chiedo, ogni nuovo mattino di maggio.
Aspetto le tue lontane - fantastiche campane -
Che mi annuncino in altre valli -
A una diversa aurora!




Se rammentare fosse dimenticare,
Allora non ricordo,
E se dimenticare, rammentare,
Quant'è vicino ciò che ho dimenticato,
E se perdere, fosse allegro,
E dolersi, fosse gaio,
Davvero gioiose le dita
Che raccolsero questo, oggi!




Prima che il ghiaccio sia negli stagni -
Prima che i pattinatori giungano,
O qualche guancia all'imbrunire
Sia macchiata dalla neve -

Prima che i campi siano svuotati -
Prima dell'albero di Natale,
Prodigi su prodigi
Arriveranno per me!

Ciò di cui tocchiamo i bordi
In un giorno d'estate -
Ciò che si muove soltanto
A un ponte di distanza -

Quello che canta così - che parla così -
Quando non c'è nessuno qui -
Il grembiule in cui piansi
Saprà vestirmi?





Cuore! Lo dimenticheremo!
Tu ed io - questa notte!
Tu potrai dimenticare il calore che dava -
Io dimenticherò la luce!

Quando hai finito, ti prego di dirmelo -
Così che io possa subito incominciare!
Presto! perché mentre tu indugi
Io potrei ricordarlo!






Dove ho perduto, più lieve passo -
Spargo i dolci fiori dell'aiuola -
Sosto sopra quel capo svanito
   E piango.

Chi ho perduto, pietosa proteggo
Da aspri accenti, o parole crudeli -
Agendo come se il loro cuscino udisse,
     Benché pietra!

Quando ho perduto, lo capirai da questo -
Una Cuffia nera - Uno scuro mantello -
Un leggero tremore nella voce
   Come questo!

Perché, ho perduto, lo sa la gente
Che vestita di tuniche di purissima neve
Tornò a casa secoli fa
  Dall'Estasi!



 

Fiorire - è il fine - 
 chi passa un fiore
con uno sguardo distratto
stenterà a sospettare
le minime circostanze
coinvolte in quel luminoso
fenomeno
costruito in modo così intricato
poi offerto come una farfalla
al mezzogiorno -

Colmare il bocciolo - combattere il verme
ottenere quanta rugiada gli spetta -
regolare il calore - eludere il vento-
sfuggire all'ape ladruncola
non deludere la natura grande
che l'attende proprio quel giorno -
essere un fiore, è profonda
responsabilità