***

 PADRE

E di quell'altra volta mi ricordo

Che la sorella mia piccola ancora
Per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
Dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei.

CAMILLO SBARBARO

***

AL PADRE

Dove sull'acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d'uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.
La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.
Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po' più in là dell'odio e dell'invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d'aquila.
E ora nell'aquila dei tuoi novant'anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d'Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo - difficile affinità
di pensieri - per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
"Baciamu li mani". Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

S.  QUASIMODO

***

IL BAMBINO PERDUTO  

Babbo, babbo, dove vai?
Oh, non camminare così veloce.
Parla, babbo, parla al tuo bambino,
O io mi perderò.
La notte era scura, nessun padre c’era;
Il bimbo era bagnato di rugiada;
il fango era profondo,
e il bimbo pianse,
e la nebbia svanì fugace.

William Blake


***

A  MIO PADRE

Affiora come pura acqua
di sorgente dalle pietre vive,
il tuo sorriso da quel volto greve.
Belle come diamanti rari
le tue lacrime
quando ti commuovi.
Virile la tua dedizione
quando ci fai da madre,
e mi addormento
al suon della tua voce
che ci racconta fiabe,
di re, regine,
di castelli incantati
e di cavalli alati.

Anna Cervone

***


TRE MONETE DA UN CENTESIMO

Erano lì, sul mobile.
Qualcuno le aveva buttate
al rientro dal lavoro,
ma subito le ha riordinate
mettendole in pila,
gelosamente.
Quel qualcuno sei tu,
Padre.
E nel farlo quasi ti diverti
come un “io” bambino
con le pedine della dama.
Quelli sono i tuoi soldi
e tu lo sai.
Erano un bel gruzzolo
ed ora sono solo quelli.
È così che va la vita.
“Non fa niente, tira avanti”
sembri dirti.
Ahimè, quanti anni son passati
eri giovane e guadagnare non pesava.
Mi hai insegnato cose
che se Dio mi darà fortuna
insegnerò anch’io.
E ho imparato dai tuoi gesti,
più che dalle tue parole.
Come ora,
che hai appena finito di lodare
un malfattore,
e senza accorgerti sei tornato
alla tua onestà.
E alle tue tre monete da 1 centesimo.

Ferdinando Campanile

     ***