Felice Mastroianni

Ho misurato gli anni


Qui ho imparato gli odori
tutti delle stagioni
e il linguaggio vellutato dei merli.
Ho spiato le tane
delle serpi e dei gufi
e ruzzolo a valle col riccio.

S'aprirono i miei occhi
su una verde vallata
ove scorre un torrente
e scendono fiori
a ciottoli ambrati
di granchi e d'anguille.

Ho misurato gli anni
al ritorno dei mosti
e al miele dei cannicci,
al respiro del vento nel camino
e al croscio argentato sulla soglia
delle palme benedette.
Ma quando il bosco esala
di funghi e foglie morte
sento più dolce ed intima la voce
della terra, un po' simile a mia madre
nel ricordo
che settembre fa triste.


Mi cantano le fate del mio monte

Se ti strugge il disio
di vive fonti e cercan gli occhi luce
d’orizzonti lontani ;
se un nostalgico amore
d’azzurre solitudini e d’oblio
ti fa straniero ed esule nel mondo,
a noi ritornerai :
non son fantasmi vani
le fate del tuo monte.
Quassù ritroverai
i magici reami
ove cantano l’acque sui sentieri
e al transito dei venti
un tepido respiro
di bianche greggi sale dai torrenti.

Tu conosci il cammino
su pei declivi d’oro
quando di rosse fragole e di viole
odora il fresco bacio del mattino,
e son le conche cerule del verde
specchi iridati alla magia del sole.

Tu porti ancor negli occhi lo stupore
e un dolce incantamento
di risvegli di bimbo nell’avvento
di notturne nevate
e favolose aurore
sul caro monte delle belle fate.



Altra luce

Svampato il giorno
assaporano i campi

aria di luna, mite
ospite antica a queste soglie
ove si posa
con fiato di giovenca
da alti sentieri.
Ora piegano
glauchi i canneti
al sereno respiro della terra.

Altra luce le cime -
altro suono i torrenti.

Luccicanti rigagni
per meandri di luna
trascorrono ai piedi
d'uomini curvi ad irrigare.
Antico,
scavato come la terra hanno il volto.
E passano lucciole
e voci di cani,
e la notte,
immensa,
sull'aie assonnate.

Altra luce i pensieri
sull'arco dei colli rugiadosi.




Angeli del silenzio e della solitudine


Sono tornato ai vostri ultimi regni,
nella pace delle vallate
e delle rupi,
sui sentieri
senza più orme.
Ho ritrovato l'odore del mirto
e della menta selvatica.
Mi ha sorriso il muschio
come un talismano di smeraldo dimenticato.
Ho ritrovato sui ventosi altopiani
l'indicibile musica del risveglio del vento
e il vorticoso respiro dell'infinito.
Ho riascoltato di notte l'infausto incanto
delle invisibili civette.
E ho trasalito come per un rimorso
d'un' inesplicabile colpa.
Non fuggite da me
Angeli del Silenzio e della Solitudine!
Ho bisogno di voi.
Ho camminato tanto.
Sono un sopravvissuto.
E ora sono quasi
vicino alle mie origini primigenie.
Sento le foglie umide
tendermi le loro bocche
come coppe inebrianti di purezza.
Sarà passato un secolo
o una sola notte:
non importa più il tempo
ora che quest'alba
mi guarda come ad un bimbo.
I gridi degli anni
che sono trascorsi
non sono che un'eco remota.
Era qui il miracolo della perduta innocenza
qui dove ho portato
il mio ansito di fuggiasco.
Qui mi ha spinto quest'arsura
di fresche sorgive
come un cervo ferito.
Forse solo nell'ultimo istante
potrò cogliere per sempre
l'intera, viva, pura vostra luce,
Angeli del Silenzio e della Solitudine.
Per intanto abbiate pietà di me!




Sola


La mia ombra stanotte
in questa stanza a pianterreno
ove pende a fastidio di mosche
inquiete la lampada accesa,
ove sempre sono venuti
per le veglie dei nostri defunti,
è come il ritorno d'una vita
che vede - sola - se stessa
con occhi d'assurdo
tra queste pareti
entro cui il cuore scandisce
la mia insonnia di vivo,
al limite d'un'ombra più vasta.
Di là nella vecchia cucina
un antico odore di pane
in sere di lumi
(e i vostri occhi!)
forse è più vivo nel ricordo
che non la mia ombra stanotte.



Preghiera

 

 Non Ti chiedo mio Dio

 che le notti serene ove ritorni

 nei sogni un caro viso dall'oblio,

 e si specchi nell'onda del mio cuore

 senza ombre e non abbia timore

 di rivivermi un attimo d'accanto.

 Ti chiedo pei miei giorni

 le fatiche Signore,

 che dall'odio redimono e dal pianto.

 Scorrano le mie ore come fiume

 sicuro nell'avvio

 al suo azzurro destino.

E se il cielo s'annera

 per me di nubi o Dio

 ravviva del Tuo lume

 il mio breve cammino

 oltre il cerchio dell'ombra alla Tua aurora.

 E fa che questa sera

 del mio viver terreno

 sia, dinanzi alla notte che s'appressa,

 dolce e certa promessa

 di stelle e di sereno.



Lavagna

È strano che un paese
si porti nel ricordo
con la prima lavagna
(odore di mucca,
freschi occhi di gelso al davanzale),
ma un paese della mia terra
ha il volto disseccato
d'una lavagna, e la cimosa è un vento:
voce tra tante
d'acque e di terra,
linguaggio paesano
cui facemmo l'orecchio
per tante stirpi pazienti.
S'impasta con lagrime
alla madia e al tornio,
s'adagia nel respiro
di veglie senza tempo,
quando mordono fondi i ricordi
coi latrati notturni dalle serre,
e s'appiatta
con la nebbia serale
al fondo del torrente.
Un paese di Calabria
è come un lavagna:
un vento cancella,
lèviga come l'aie al mattino.

Eterno l'Andare?

Nel cammino senza tempo
quest' ombra sul terreno
non e' che un istante.

E poi avverrà con la morte
ch'io mi risvegli mio Dio
oltre il cerchio dell'ombra al sereno
d'un eterno mattino
di Te sfavillante.

S'arresterà il cammino
o senza fine e' l'andare
dell'anima, Signore,
al Tuo sublime splendore?


Agli Amici Poeti

Lo so, sopravvivere stanca
all'orgia impudente del sole
in questo fuoco finto
di foglie rosseggianti di novembre.

Ma stamane nell'orto c'era il sole
del dolce pettirosso rugginoso,
e c'era una favola d 'erba
e di spoglie dorate.
Così ho pensato a voi in quella luce.

                                                                                                                                     
                                                                                                                                 

   
                          La Ragazza del Fieno


Alta e rosea
fianchi schietti e rotondi
di giovinetto castagno
reca sul capo
fasci odorosi al fienile.

Se canta
è un risucchio la voce
e se mi sorride
ha occhi docili
come quando il vento è sulle spighe.

Quando la madre la chiama dall'aia
il suo nome sull'erbe è uno squillo.
Ne assaporo le sillabe
chicchi d'uva dorata
asprigni al palato.

Il padre capraio cala dal monte
all'ora dei camini
e delle vacche al torrente.

Allora
le giovani lavandaie
lasciano fresco odore di schiume
sul sentiero che sale al paese.

Che peccato
con tutto quel fieno nel pagliaio!
Forse anch'essa la pensa così.
E passano intanto
i giorni del fieno odoroso.

Chissà quanti baci
- soli e non visti -
col padre sul monte
e la madre dall'aia,
dietro la grande quercia,
ove i suoi fratellini
razzolano coi galli. 




                                                                                                                                     

Il Tuo Ricordo


Sette mesi di vita
con un tremito lieve,
nelle pupille cerule, di neve
in tempo di fiorita.
Mia, non più che la breve
dolcezza della terra rifiorente
tra un ritorno di rondini e un addio.
Ora, per sempre mio
il tuo azzurro, in un cielo di memoria
che a me tu rassereni del tuo amore.
Nel ricordo fai mite la tua storia
di pianto con quel tuo mite sorriso.
E mi torni, pietosa, nel tremore
della man sulle tue palpebre spente.
Ci si spense: Cioè a te e a noi che restammo a
piangerti.



 


Fioriranno di Rondini altri Cieli

Che senso avrebbe accorgersi di nidi
d'improvviso deserti, ancora tiepidi di piume,
se non per porre mente che qualcosa e' accaduto
anche per noi, più che un riflusso
d 'ali di là dagli orizzonti
nel segreto d'un'alba.

Fioriranno di rondini altri cieli
nell'alterna ventura del mondo.
E noi qui come tonti
a bere le piogge d 'autunno
con queste sere povere di gridi.

Nella scorza dell'inverno
scorderemo la menzogna del sole.