Lettere d' amore



 Amalia Guglielminetti Guido Gozzano

Lunedì mattina (23 marzo 1908)

Che avete, Guido, contro di me? Vi sento fasciato di freddezza e di ostilità. Vi avevo riservato libero il pomeriggio di mercoledì. Non potete. Domani devo una visita a Mantovani. Sarà breve: Voi attendetemi nella piazza del monumento a Vittorio Em. sotto i portici presso l’ufficio postale. Vi raggiungerò verso le cinque. Prenderemo, se credete, una vettura e andremo fuori. Bisogna ch’io vi guardi negli occhi e nel cuore un momento... (Amalia Guglielminetti)

Martedì (24 marzo 1908)

Perché mi fate piangere, Guido, perché mi fate rimpiangere quel poco che v’ho dato di me? Non dovevo venire con Voi quel giorno per soffrirne dopo, così, per vedermi tolta anche la piccola dolcezza di sentirvi qualche volta vicino. E così poca cosa la vita e così breve per negarci qualche poco della sua bellezza per tormentarci volontariamente anche quella piccola parte di bene che ci concede?

Voi vi dite corazzato anzi insensibile ad ogni ferita. Io no, mio dolce Amico, o vi voglio bene e soffro crudelmente di sentirvi tanto lontano. Mi pare di trovarmi più sola in quest’ombra grigia di banalità che ci circonda, sento d’aver smarrito qualche cosa di più leggero, di più chiaro, di più elevato, l’amico che mi comprende, il fratello che sogna i miei sogni e gioisce della mia gioia, la tenerezza che blandisce e riscalda il cuore.

Io non voglio che tu mi sfugga, Guido, io non voglio che tu mi segua di lontano come un estraneo, che tu mi riveda ancora un giorno lontano quando forse i miei capelli non saranno più tanto bruni e la mia bocca fresca e i miei occhi lucenti.

Lascia ch’io ti dica tu come un compagno, ch’io non senta fra noi il gelo di quella parola dura.

Io ti sono compagna ora senza tremori e senza fremiti, sorella della tua anima.

Io ti saprei baciare la fronte con un sorriso sereno come si bacia un bambino. No, noi non abbiamo ancora sepolto nulla di noi stessi. Io sono per te come il primo giorno che ti vidi, non sazia, né stanca, né oppressa dalla più piccola parte di te. Sei nuovo e fresco al mio spirito come allora che m’eri ignoto.

Ogni tua parola è come una piccola luce che ti rischiara un momento e ch’io guardo risplendere con gioia nuova ogni volta che tu parli.

E un senso strano ch’io non so dire, ma che non ho mai sentito per altri, una malia, quasi, che è credo, una occulta profonda fraternità, un oscuro legame spirituale che ci unisce anche nostro malgrado. Ma tu non provi questo fascino, lo so, poiché mi respingi dopo alcune ore di comune vita, mi allontani con un gesto che mi pare un urto di disdegno. Forse io non sono stata con te, quel giorno, quella della tua attesa.

Fui rude, lo ricordo, violenta anche. Ma quale contrazione, quale ribellione era in me, allora, davanti a quel nuovo tu che lottava contro la mia volontà aspra di solitaria! Ma ricordo anche un momento di chiara dolcezza, il mio volto chinato sul tuo, le mie labbra parlanti con franca umiltà di cose umili e nascoste. Ma come puoi non volermi bene se mi rivedi ancora in quell’atto? Nessuno, ti giuro, mi ha mai veduta così spoglia d’orgoglio, così vestita di pura tenerezza.

Tu solo che non mi ami, tu solo che mi sfuggi.

Scrivimi che ci vedremo ancora quando e come il destino lo vorrà, semplicemente, come due amici buoni che la fedeltà riconduce tratto tratto l’uno all’altro. Ho bisogno di sentirti parlare, di te, di me, de’ tuoi e dei miei sogni, del tuo e del mio avvenire, di tante cose piccole e grandi e vane. E’ così buona l’amicizia ed io non ho amiche vere, non ho forse amici veri, non mi sento legata che a te.

Non voglio che ci cerchiamo con l’ansia del desiderio, ma che ci vediamo naturalmente come vogliono le vicende della nostra vita. Non farmi ancora piangere e rimpiangere, Guido, dammi ancora le prove e se vuoi qualche segno di bontà in cambio di tutta la mia tenerezza. Vieni a dirmi addio prima di lasciare Torino. Ci sapremo stringere le mani con dolcezza ma senza fremito. Verrai? Non dirmi, non dirmi di no... (Amalia Guglielminetti)


30 marzo 1908

Rileggo ogni giorno la tua lettera, mia buona Amalia, con una grande malinconia. E indugio nella risposta, preso da un’indolenza dolorosa: forse perché non so bene come dirti...

Da molti giorni sono in casa ed ho l’anima morbosamente assopita, incerta di tutto come in un sogno. Penso a tante cose, sopra tutto, avvenire; e penso anche a te, con molta tenerezza e con molta serenità.

Sento in fondo all’anima una specie di fiera tristezza, per aver saputo essere crudele con me e forse — perdonami — anche un po’ con te...

Io provo una soddisfazione speciale quando rifiuto qualche bella felicità che m’offre il Destino. E quale felicità, Amica mia!

Il nostro amore che sarebbe fiorito con tutti i fiori della primavera torinese! (così dolce per l’esule che ritorna!) anche la stagione sarebbe stata propizia alla nostra follia! E quanti mesi di serenità, di sole, di profumo! E quanti sogni! Avremmo voluto pellegrinare la nostra passione in tutti i dintorni favorevoli al sentimento: quanti sogni! Io li ho già sognati tutti e t’ho già vista in tutti: con a sfondo i paesi sconosciuti, le viuzze di provincia dove si sarebbe delineata al mio fianco la tua svelta parigina figura primaverile.

Io non vedrò le tue vesti nuove. Sarò lontano, solo, con la mia ambizione taciturna: una compagna ben più crudele della tua malinconia... Perché non confessartelo, mia buona sorella? L’ambizione da qualche tempo mi artiglia in un modo atroce.

Non sento non vedo non godo non soffro di altro.

Come puoi tu, che pure hai tra le mani i germi di mille speranze e segni la stessa mia via, come puoi rivolgere ancora le forze della tua giovinezza verso altri destini? Per me, camminando diritto, con l'occhio fisso alla mia meta lontana (o quanto!) tutto è secondario e trascurabile: gioie e dolori: tutto, perfino la tua bellezza sulla quale mi sono chinato un istante, come su un fiore, al margine del sentiero, ma dalla quale mi separo tosto, perché arresterebbe di troppo il mio passo tranquillo...

Ah! Se io potessi darti una parte soltanto di questo mio orgoglio latente, anche il dolore che tu dici di avere in te impallidirebbe e l’amore ti apparirebbe qual è: un inganno della giovinezza e un episodio trascurabile in un destino come il mio e come il tuo.

E mai come in questi tempi che tale smania mi fa soffrire, ho avuto tanto disprezzo per le mie attitudini artistiche e ho tanto sentito la necessità di affinarle con lo studio, con la meditazione, col silenzio.

Tu hai ancora l’avidità di cogliere fiori e di godere l’ora che passa: per me anche la lusinga del piacere mi è intollerabile come un ostacolo sul mio sentiero.

Amalia, mio buon amico, quante di queste cose t’avrei detto e ti vorrei dire se tu non fossi giovine e bella! Ma hai degli occhi luminosi ed una bocca tentatrice ed è impossibile starti vicino senza diventare irriverenti con te come con una crestaia od una cortigiana qualunque...

Ho rilette queste sei pagine, amica mia: oimé! Parlo, parlo, e, sopra tutto, ragiono: quanto devo farti soffrire! E anche sdegnare. Perdonami.

Perdonami. Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai. E non t’avrei amata nemmeno restando qui, pur sotto il fascino quotidiano della tua persona magnifica; no: avrei goduto per qualche mese di quella piacevole vanità estetico-sentimentale che dà l’avere al proprio fianco una donna elegante ed ambita. Non altro. Già altre volte l’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo...

Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo. E la risoluzione più leale da parte mia è il distacco. Partirei pur non dovendo partire. Invece il Destino è propizio: m’impone l’esiglio anche per altre cause ch’io tolgo a pretesto.

Rivederci? A che scopo? Un colloquio di più nulla aggiungerebbe (o sottrarrebbe forse) alla fraterna benevolenza che noi dobbiamo portare l’uno dell’altro.

Addio, mia buona amica! Ti bacio. (Guido Gozzano)


Mattino di lunedì 30 marzo (1908)

Caro Amico,

vi pensavo più buono di quanto vi dimostrate. Credevo di meritare almeno una parola di risposta se vi pareva troppa concessione accordarmi una visita come vi chiedevo.

Un’amicizia come la nostra non deve morire così fra la vostra indifferenza inerte e la mia esasperata tristezza.

Perché io non credo possibile per Voi e per me una fedeltà che resista alle lontananze e agli oblii. Siamo entrambi troppo egoisti per i culti essenzialmente spirituali. Mi costringete a mendicare dagli amici vostri le vostre notizie con parola leggera e anima febbrile.

Mi costringete a mendicare da Voi una condiscendenza che non dovrebbe esservi grave.

E mi è duro, sapete, curvarmi così. Vorrei parlarvi di cosa che non posso affidare a una lettera. V'aspetterò a casa mia mercoledì fra le quattro e le cinque, o, se preferite un luogo aperto, giovedì alle tre e mezza laggiù a’ piedi della collina dove già v’ho atteso una volta soffrendo.

Non rispondetemi se vi pesa, ricordate solo ch’io v’aspetterò con intenso desiderio, e che vi prego di venire.

Stamani io scrivevo questo mentre tu forse aggiungevi per me tristezza a tristezza nello otto pagine della tua lettera.

Non distruggo e non disdico il mio biglietto. Ho troppa sete di te per saziarmi delle tue parole amare.

Non è vero ch’io abbia cose segrete a dirti, era una menzogna per indurti a venire.

Porta pure con te la tua ambizione, la tua freddezza, la diffidenza che hai verso di me. Sarà meglio, forse mi guarirai; ma non inasprire ancora il mio male con un rifiuto. Se anche non mi ami perché vuoi ch’io ti perda? Perché vuoi farmi sentire così nera così crudele la mia solitudine, così completo il mio isolamento? Ah! la gloria, Guido, come ne sogghigno! Io non so come tu possa amare sognare darti a una così vacua cosa. Io voglio più bene a te che alla gloria, quella non mi farà mai piangere né aspettare in ansia. (Amalia Guglielminetti)





Da Napoleone a Josephine

Primavera 1797

Per Josephine,

Ti amo più, anzi, ti detesto. sei un disgraziato, realmente perversa, realmente stupida, una vera e propria Cenerentola.  Non si può mai scrivere a me a tutti, che non ami tuo marito, tu lo sai il piacere che le tue lettere gli danno ancora non si riesce neppure a scrivere di lui una mezza dozzina di linee, buttato giù in un attimo! Che poi fai tutto il giorno, signora?   Che affari è così vitale che ti ruba il tempo di scrivere al vostro fedele amante?  Che cosa allegato può essere soffocante e mettendo da parte l'amore, la costante e tenero amore che gli hai promesso? Chi può questo essere meraviglioso nuovo amante che prende su ogni vostro momento, le regole le vostre giornate e vi impedisce di dedicare la vostra attenzione al vostro marito?

Attenzione, Josephine, una bella notte le porte saranno ripartiti e ci sarò. In truth,  In verità, io sono preoccupato, amore mio, di non avere notizie da voi, mi scriva una lettera di quattro pagine immediatamente fatto a partire da quelle parole incantevoli che riempiono il mio cuore di emozione e di gioia. Spero di tenerti tra le mie braccia non molto, quando mi è sontuoso su di voi un milione di baci, brucianti come il sole equatoriale.





 Sibilla Aleramo

  a Dino Campana

Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo , 7 - 8 agosto 1916

Notte — Possa tu riposare, mentre io ardo così nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice.
M’hai promesso di farti rivedere ancor più bello, mia bella belva bionda.
Come passerai questi giorni e queste notti? Mi senti nella mia sciarpa azzurra, speranza, grazia? Riposa, riposa.
Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto. E avrai tanta dolcezza anche dal dimenticarti in me, qualche
momento, dall’avermi dinanzi come qualcosa a cui la tua dedizione sia sacra, fertile e sacra. Ho tanta fede,
Dino. Mi sento ancora così forte, per questo scambio del nostro sangue.







CHARLES BAUDELAIRE PER JEANNE DUVAL



Lasciami respirare a lungo, a lungo, l’odore dei tuoi capelli. affondarvi tutta la faccia, come un assetato nell’acqua di una sorgente, e agitarli con la mano come un fazzoletto odoroso, per scuotere dei ricordi nell’aria.
Se tu sapessi tutto quello che vedo! tutto quello che sento! tutto quello che intendo nei tuoi capelli! La mia anima viaggia sul profumo come l'anima degli altri viaggia sulla musica.
I tuoi capelli contengono tutto un sogno, pieno di vele e di alberature: contengono grandi mari, i cui monsoni mi portano verso climi incantevoli, dove lo spazio è più bello e più profondo, dove l’atmosfera è profumata dai frutti. dalle foglie e dalla pelle umana.
Nell’oceano della tua capigliatura, intravedo un porto brulicante di canti malinconici, di uomini vigorosi di ogni nazione e di navi di ogni forma, che intagliano le loro architetture fini e complicate su ün cielo immenso dove si abbandona il calore eterno.
Nelle carezze della tua capigliatura, io ritrovo i languori delle lunghe ore passate su un divano, nella camera di una bella nave, cullate dal rullio impercettibile del porto, tra i vasi da fiori e gli orcioli che rinfrescano.
Nell’ardente focolare della tua capigliatura, respiro l’odore del tabacco, confuso a quello dell’oppio e dello zucchero: nella notte della tua capigliatura, vedo risplendere l’infinito dell'azzurro tropicale; sulle rive lanuginose della tua capigliatura, mi inebrio degli odori combinati del catrame, del muschio e dell’olio di cocco.
Lasciami mordere a lungo le tue trecce pesanti e nere. Quando mordicchio i tuoi capelli elastici e ribelli, mi sembra di mangiare dei ricordi.







LUDWIG VAN BEETHOVEN A UNA DONNA SCONOSCIUTA

6 luglio, di mattina

Mio angelo, mio tutto, mio io. Solo poche parole per oggi e addirittura a matita (con la tua) — Non sarò sicuro del mio alloggio sino a domani; che inutile perdita di tempo è tutto ciò! — Perché quest'angoscia profonda, quando parla la necessità — il nostro amore può forse durare senza sacrifici, senza che ciascuno di noi pretenda tutto dall’altro; puoi tu mutare il fatto che tu non sei tutta mia, io non sono tutto tuo? — Oh, Dio!, rivolgi il tuo sguardo alla bella Natura e da’ pace al tuo animo per ciò che deve essere — L’amore esige tutto e ben a ragione, così è di me per te, di te per me — Ma tu dimentichi così facilmente che io debbo vivere per me e per te. Se fossimo completamente uniti, tu sentiresti questa dolorosa necessità, tanto poco quanto la sento io - Il viaggio è stato orribile. Sono arrivato qui soltanto ieri mattina alle quattro.
Siccome c’erano pochi cavalli, la diligenza ha scelto un altro itinerario; ma che strada orribile! Alla penultima stazione mi hanno sconsigliato di viaggiare di notte, hanno cercato di ispirarmi paura d’un bosco ma ciò non è servito ad altro che a spronarmi — e ho avuto torto.
La vettura ha finito con lo sfasciarsi su quell’orribile strada, un semplice sentiero di campagna senza fondo. Se non avessi avuto quei due postiglioni, sarei rimasto per strada — Per l’altra strada, quella solita, Esterhàzy con otto cavalli ha avuto la stessa sorte che io con quattro — Tuttavia, in un certo senso la cosa mi ha anche fatto piacere, come succede ogni volta che supero felicemente qualche ostacolo — Ora voglio passare in fretta dagli eventi estrinseci a quelli intimi. Confido che ci vedremo presto; ed anche oggi mi manca il tempo per dirti i pensieri che ho rimuginato in questi ultimi giorni sulla mia vita — Se i nostri cuori fossero sempre l’uno vicino all’altro, non mi capiterebbe certo di avere simili pensieri. II mio cuore trabocca del desiderio di dirti tante cose — Ahimè - ci sono momenti in cui sento che la parola è inadeguata — Cerca di essere serena — e sii per sempre il mio fedele unico tesoro, ii mio tutto, come io lo sono per te. Sono gli dèi che debbono provvedere, qualunque possa essere il nostro destino.

Il tuo fedele
Ludwig






Per Sibilla Aleramo

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose
P.S. E così dimenticammo le rose.

Dino Campana





Caterina ll a GRIGORIJ POTEMKIM

Mia bellezza, mio caro cui nessun re somiglia, sono piena di affetto e tenerezza per te e avrai la mia protezione finché vivrò. Devi essere, credo, ancora pin bello dopo il bagno. Ma — cosa strana — non ti amo affatto. Credimi, mia gioia, non ti posso più soffrire. E possibile? Di’ a Michail Potëmkin che sei caduto in disgrazia. Non annunciarglielo all’improvviso: morrebbe dal dispiacere. Beckoj oggi mi ha fatto una promessa. Non ti offendere, non ti dirò quale. Il barone Freederichs per quanto sia malizioso non dirà nulla a tuo cognato. Non riesco a immaginare come entrerà nell’ex sala da biliardo. Delle due l’una: o morirò dal ridere o diventerò rossa come un gambero. Bisognerà forse ammetterlo a cena per fare da contraltare a Elagin? Ti prego anima mia, non introdurre in mia presenza molte persone come lui. Sostituiscono una buona traspirazione. Ascolta mia bellezza di marmo, mi sono svegliata molto allegra e non provo alcuna tenerezza per te; cuor mio, lo stile deve variare e per questo dico che non ho tenerezza. Mi capisci? Addio, mia gioia.






Louis Ferdinand Céline

Questa è una delle 5 lettere che Elizabeth Craig, presa da una crisi di coscienza, non ha distrutto delle centinaia ricevute da Céline.

Venerdì

Tesoro mio

Che cosa succede — ? Mi domando dove sei
…se sei lontana... sto parlando alla luna?...
Dai! prova a scrivermi un po’ —
Scoiattolo — ? Perduta? Consumata?
o stai facendo fortuna? mi domando
Le fortune non si fanno in una settimana.
Torna presto o te le suono. Troppo stanca?
Vado a cercare golo golo. Se non fai la brava ti —
faccio il malocchio.. e parlo Corocoro —
Bene non fare troppi progetti
se stai cominciando
qualcosa di veramente preciso va benissimo
Non ci sono soltanto l’interesse e le speranze. Sono solo
un aperitivo.
Presto. Dimmi quando
baci..
Louis







Juliette Drouet a Victor Hugo
 

Faccio tutto ciò che posso perchè il mio amore non ti disturbi,
ti guardo di nascosto,
ti sorrido quando non mi vedi.
Poso il mio sguardo e la mia anima ovunque vorrei posare i miei baci:
sui tuoi capelli, sulla tua fronte, sui tuoi occhi, sulle tue labbra,
ovunque le carezze abbiano libero accesso.
 



                                                                                                         
  Dylan Thomas a sua moglie Cat

 

16 maggio 1950

Cat, mia Cat: se solo mi scrivessi, mio amore, oh Cat.
Ti amo. E’ tutto quello che so. Ma quello che so è anche che sto scrivendo nel vuoto, quel tipo di tremendo, sconosciuto vuoto in cui sto per entrare. Andrò nello Iowa, in Illinois, nell’Idaho, nell’Indiana, ma queste, salvo cambiamenti, “esistono”.
Tu no, non ci sei.
Mi hai dimenticato? Io sono l’uomo che tu dicevi di amare. Io ero abituato a dormire tra le tue braccia - te lo ricordi? Ma non hai mai scritto.
Forse sei stanca di me. Io non lo sono di te. Ti amo.
Non c’è un solo momento di ogni singolo odiato giorno in cui io non dica a me stesso: sarò a posto, tornerò a casa, Caitlin mi ama, io amo Caitlin. Ma forse hai dimenticato. Se mi hai dimenticato, o se hai perso il tuo amore per me, ti prego, mia Cat, fammelo sapere. Io ti amo.

                                                                                             Dylan   

                                            


ENONE A PARIDE

Dalle balze dell'Ida la ninfa invia una lettera al suo Paride, sebbene egli rifiuti di essere suo. Leggi fino in fondo? O la tua nuova moglie te lo impedisce? Leggi tutto: questa non è scrittura vergata da mano micenea. Io, Enone di Pedaso, assai famosa nei boschi della Frigia, espongo, offesa, le mie lamentele su di te, che sei mio, se solo lo vuoi. Quale dio ha contrastato i miei desideri con il suo divino volere? Quale colpa mi impedisce di essere per sempre tua? Bisogna sopportare con rassegnazione ciò che si subisce meritatamente; ma reca con sé dolore la pena che colpisce chi non la merita. Non eri ancora così importante quando io, ninfa generata da un grande fiume, mi accontentai di averti come marito. Tu, che ora sei riconosciuto figlio di Priamo - a onore del vero - eri uno schiavo: io, una ninfa, accettai di andare sposa ad uno schiavo. Spesso, in mezzo alle greggi, abbiamo trovato riposo al riparo di un albero e l'erba frammista a foglie ci faceva da giaciglio. Spesso, mentre ce ne stavamo sdraiati sulla paglia o sul fieno folto, un'umile capanna ci ha riparati dalla candida brina. Chi ti indicava i passi adatti alla caccia e in quale rupe una fiera nascondeva i suoi cuccioli?
Spesso in tua compagnia ho steso le reti divise in maglie; spesso ho spinto i cani veloci lungo le giogaie. I faggi, incisi da te, conservano il mio nome: si legge Enone, tracciato dal tuo falcetto. E quanto crescono i tronchi, altrettanto cresce il mio nome: crescete e tiratevi su dritti per attestare i miei titoli! [Mi rammento, c'è un pioppo, piantato sulla riva di un fiume, sul quale è incisa una scritta in mio ricordo.] Vivi, ti prego, pioppo, che piantato sul margine della riva rechi sulla ruvida corteccia questi versi: "Se Paride, abbandonata Enone, potrà ancora vivere, l'acqua dello Xanto invertirà il suo corso andando verso la sorgente". O Xanto, affrettati all'indietro, e voi, acque, scorrete a ritroso! Paride ha il coraggio di aver abbandonato Enone. Quel giorno decise il mio destino di infelice, da quel giorno ebbe inizio il terribile inverno di un amore che è cambiato, quando nude si sottoposero al tuo giudizio Venere, Giunone e Minerva, più bella quando indossa le armi. Il cuore mi palpitò per lo spavento, quando lo raccontasti e un gelido tremore percorse le ossa irrigidite. Consultai (ero infatti profondamente terrorizzata) donne anziane e uomini avanti negli anni: risultò che si trattava di un presagio funesto. Furono tagliati gli abeti e segate le assi e, allestita una flotta, l'onda azzurrina accolse le imbarcazioni spalmate di cera. Piangesti nel partire: almeno questo non negarlo; il tuo attuale amore ti deve far vergognare più di quello passato. Piangesti e vedesti i miei occhi in pianto. Entrambi dolenti confondemmo le nostre lacrime. L'olmo non è altrettanto avvinto dai rami di vite che lo allacciano, quanto le tue braccia si strinsero al mio collo. Ah, quante volte, quando ti lamentavi di essere trattenuto dal vento, i tuoi compagni risero: il vento era propizio!
Quante volte, dopo avermi congedata, mi richiamasti per baciarmi! Con quanta fatica la lingua fu in grado di dire "Addio"! Una leggera brezza fa gonfiare le vele che sventolano dall'albero ritto e l'acqua sollevata dai remi, biancheggia. Inseguo tristemente con lo sguardo, fin dove posso, le vele che si allontanano, mentre la sabbia si inumidisce per le mie lacrime. Invoco le verdi Nereidi perché tu venga presto: che tu venga presto, certo, per la mia rovina. Sei tornato, quindi, per le mie preghiere, ma hai deciso di tornare per un'altra. Ahimè, sono stata convincente in favore di una rivale funesta! Un molo naturale guarda verso l'immensa profondità del mare (era un monte): ora funge da baluardo alle acque marine. Di lì riconobbi le vele della tua imbarcazione, appena spuntarono ed ebbi l'impulso di
slanciarmi in mare. Mentre ero indecisa, dalla sommità della prua mi giunse un bagliore di porpora. Rimasi sgomenta: quello non era il tuo modo di vestire. Al rapido soffio della brezza la nave si fa più vicina, tocca terra: col cuore che mi tremava vidi il volto di una donna. Ma non fu abbastanza - perché infatti indugiavo in preda al furore? - la tua infame amica se ne stava appiccicata al tuo petto! E allora mi strappai le vesti e percossi il petto, e graffiai con dure unghiate le guance bagnate di lacrime e riempii di grida lamentose il sacro Ida; là, sulle mie rupi portai questo pianto. Altrettanto possa soffrire Elena e pianga abbandonata dal marito e subisca lei stessa ciò che per prima ha inflitto a me. Ora ti vanno bene, quelle che ti vengono dietro in mare aperto e abbandonano il legittimo consorte. Ma quando eri povero e come pastore guidavi le greggi, nessun'altra, tranne Enone, era moglie di un povero. Io non sono abbagliata dalle ricchezze, la tua reggia non mi fa colpo e non mi importa di essere detta una delle tante nuore di Priamo: non è tuttavia che Priamo rifiuterebbe di essere suocero di una ninfa, né io sarei, per Ecuba, una nuora da tenere nascosta. Sono degna e desidero essere moglie di un uomo potente: alle mie mani può ben adattarsi uno scettro. E non trattarmi con disprezzo se usavo coricarmi con te sulle foglie di faggio: sono ancora più adatta ad un letto ricoperto di porpora. E, come ultima cosa, il mio amore è sicuro: non si preparano guerre, contro di te e il mare non trasporta flotte vendicatrici. La figlia fuggiasca di Tindaro è reclamata con armi minacciose; superba di questa dote giunge al tuo talamo. Se sia da restituire ai Greci, chiedilo a tuo fratello Ettore, a Polidamante o a Deifobo; indaga che cosa consiglino l'autorevole Antenore e lo stesso Priamo, ai quali fu maestra una lunga vita. È un inizio vergognoso anteporre il rapimento di una donna alla patria; la tua è una causa disonorevole: è giusto che il marito ricorra alle armi. E, se sei saggio, non aspettarti che sia fedele la spartana, che ti è caduta così prontamente fra le braccia. Come il figlio minore di Atreo grida contro la violazione del letto coniugale e lamenta l'offesa dell'adulterio, anche tu protesterai. Non c'è arte che sia in grado di riparare il pudore offeso: esso viene meno una volta per tutte. Arde d'amore per te? Amò così anche Menelao. Egli, poiché è stato fiducioso, giace in un letto vuoto. Beata Andromaca, felicemente sposata ad un marito fedele! Avrei dovuto essere tenuta come moglie, secondo l'esempio di tuo fratello. Tu sei più leggero delle foglie, quando senza il peso della linfa,.8 ormai inaridite, volano al soffio instabile dei venti. E tu pesi meno della punta di una spiga, che si rizza esile, bruciata dal sole implacabile. Una volta (mi ricordo) tua sorella così vaticinava; così mi predisse con i capelli sciolti: "Cosa fai Enone? Perché affidi semi alla sabbia? Ari inutilmente la spiaggia coi buoi! È in arrivo una giovenca greca che rovinerà te, la tua patria e la tua famiglia. Ahimè! Impediscilo! Arriva una giovenca greca! Finché è possibile affondate in mare la nave funesta! Ahimè, quanto sangue frigio trasporta!". Aveva parlato; le schiave la trascinarono via ancora in preda al furore profetico, ma a me si rizzarono i biondi capelli. Ahimè, sei stata troppo veritiera nella profezia delle mie sventure: ecco la giovenca greca occupa i miei pascoli! Benché sia molto bella d'aspetto è sicuramente un'adultera; ha abbandonato gli dèi coniugali, sedotta da un ospite. Prima di te Teseo, se non mi sbaglio sul nome, un certo Teseo la rapì dalla sua patria. Si può credere che uno, giovane e pieno di passione, l'abbia restituita vergine? Mi chiedi come lo sappia con tanta certezza? Io amo! Chiamala pure violenza e maschera la colpa con quel nome; ma se lei è stata rapita tante volte, vuol dire che si è offerta volontariamente al rapimento. Enone invece si conserva casta per un marito traditore; anche tu potevi essere tradito secondo le tue leggi. Mi cercarono gli agili satiri (ma io mi ero nascosta, protetta dai boschi), schiera impudente, inseguendomi con passo veloce e mi cercò anche Fauno, con le corna in fronte ed il capo cinto da una pungente corona di pino, là dove l'Ida si solleva in vaste giogaie. Mi amò il costruttore delle mura di Troia, famoso per la lira; è lui che possiede il trofeo della mia verginità. Anche questo non senza lotta: per lo meno gli strappai i capelli a forza di unghie e il suo volto fu graffiato dalle mie dita. Non ho chiesto, come indennizzo dello stupro, gemme e oro: è vergognoso comprare con doni un corpo libero. Fu lui stesso, vedendo che ne ero degna, a insegnarmi le arti mediche e concesse alle mie mani i suoi doni. Qualunque erba dotata di speciali poteri, qualunque radice utile a guarire nasca in tutto il mondo, è mia. Me infelice, giacché l'amore non si può curare con le erbe! È la stessa arte di cui sono esperta, a tradirmi. Si dice che il suo stesso scopritore abbia pascolato le vacche di Fere e che fu ferito dal mio stesso fuoco. E quell'aiuto che né la terra feconda nel produrre erbe, né un dio può darmi, solo tu me lo puoi dare. Tu lo puoi e io me lo sono meritato. Abbi pietà di una fanciulla che ne è degna! Io non porto insieme ai Greci una guerra sanguinosa, ma sono tua e sono stata con te fin dagli anni della prima fanciullezza e prego di essere tua per il tempo che resta.
 



 
Johann Wolfgang Goethe a Charlotte Von Stein

Il tuo amore è per me come la stella della sera e quella dei mattino: tramonta dopo il sole e sorge prima di esso.
Come la stella polare che non tramonta mai, e intreccia sopra le nostre teste una corona eternamente viva.
Prego gli dèi che mi concedano di non veder mai oscurato il cammino della mia vita.
La prima pioggia di primavera sciuperà la nostra passeggiata: ma rinverdirà le piante, e fra poco noi potremo rallegrarci del primo vento. Non abbiamo, finora, mai goduto insieme di una così bella primavera: Dio voglia che essa non si muti in autunno.
Addio. Verso mezzogiorno verrò a prendere sue notizie. Addio, cara, buona.


 

 

A Florence  da Greig Gould

Cara Signora
sono a volte insopportabile,
quando scappo di casa, per esempio,
ma se poi ti guardo rattristato
so di toccarti il cuore;
e quando sono in casa provo a mostrarti
che non sono così male
e mi basta una carezza
per sentire il tuo amore, mammina.
Persino se mi dai un colpetto
e Padron Glenn dice: << Basta
fuori di qui, cagnaccio >>
sei dalla mia parte, non è vero?
Poiché ogni giorno dell’anno
sei tu a occuparti di me, cara mamma.
Mi netti le orecchie, mi porti a spasso
e che buone pappe mi prepari.
Lo apprezzo molto
e qui ho cercato di dire
quanto ti voglio bene
per le tue cure quotidiane.

 


Franz Kafka a Felice Bauer

27 maggio 1913

Siamo dunque alla fine, Felice, con codesto silenzio mi congedi e tronchi la mia speranza nell’unica felicità che mi sia possibile su questa terra. Ma perché codesto terribile silenzio, perché nessuna parola schietta, perché ti tormenti da settimane per me, visibilmente, in modo così evidente? Questa non è piü compassione da parte tua, perché se fossi per te l’uomo piü estraneo, avresti pur dovuto vedere quanto soffro di questa incertezza, al punto che talvolta perdo il lume della ragione, e non può essere compassione quella che termina con tale silenzio. La natura procede per la sua strada, non c’è rimedio, quanto più ti conoscevo, tanto più ti amavo, quanto più conoscevi me, tanto più ti sono diventato insopportabile. Lo avessi almeno intuito, avessi parlato apertamente, non avessi aspettato tanto fino a trovarti nell’impossibilità di farlo, fino a non poter trovare più modo di scrivermi una sola parola da un viaggio di cinque giorni, di rispondermi con un solo rigo a lettere con le quali ti chiedevo una decisione, a consolarmi in qualche maniera nella mia sventura di non aver saputo nulla di te in tanto tempo. Ancora ieri, quando ti ho chiamata al telefono e riuscivo a capire pochissimo perché dalla felicità di sentire la tua voce troppo mi ronzavano le orecchie, mi hai detto che avevi scritto domenica sera e al più tardi oggi martedl avrei ricevuto la lettera a casa mia. No, non c’è nulla, tu non hai scritto domenica e nemmeno lunedì dopo la telefonata, non puoi scrivere, ma non puoi neanche dire che non puoi scrivere. Ora se penso che l’unica cosa tua; autonoma, personale che avevi da dirmi ieri è stata la domanda: <<Come stai?>>, il mio cervello si sfascia. Così non posso più vivere. Probabilmente non devo più esortarti a farlo, ma ciò nonostante ti prego espressamente, non scrivermi più, non una parola, fa come ti detta il cuore. Anch’io non scriverò, non sentirai più rimproveri, non sarai più disturbata, ti prego soltanto di ricordare che, per quanto lungo sia il tempo del tuo silenzio, io ti appartengo alla più sommessa ma vera chiamata, oggi come sempre.
Franz




WOLFGANG AMADEUS MOZART A SUA MOGLIE COSTANZA WEBER

Carissima, ottima mogliettina!
Oh, se avessi già una tua lettera! Se ti raccontassi tutto quello che faccio con il tuo ritratto, certo ti metteresti a ridere. Per esempio, quando lo tiro fuori dalla custodia, dico: “Buon giorno piccola Costanza! Buongiorno, birichina, micetta, nasino a punta, bagatella” e quando lo ripongo, lo faccio scivolar dentro a poco a poco e dico: “Be’, be’, be’, be” ma con t’espressione speciale che questa parola così significativa esige; e alla fine, in fretta: “Buona notte topolino, dormi bene!”. Credo proprio di aver scritto delle stupidaggini, per gli altri almeno, ma per noi che ci amiamo tanto non è affatto stupido. Sono sei giorni che ti sono lontano e mi sembra già un anno... Ti bacio milioni di volte tenerissimamente e sono il tuo sposo che ti ama sempre teneramente.





Da Ofélia a Fernando Pessoa

Ofèlia, segretaria dattilografa 19 enne, si innamora di Ferdinando Pessoa. La relazione tra uno dei più grandi scrittori della letteratura di questo secolo e una ragazza semplice e un po' illusa...

10 dicembre 1920

Fernando
E ancora sotto l’effetto doloroso che mi ha provocato la lettura della sua lettera, che le invio queste parole. I miei timori e le mie intime convinzioni non mi avevano ingannata, mi accorgo che mi stavo affezionando a uno di questi esseri che si prendono gioco del puro affetto, che sono capaci di stancarsi per poter torturare il cuore delle povere ragazze, cercando di poter avere con loro una relazione non per affetto, non per una simpatia di speranze future, non per interesse e neppure per capriccio, ma soltanto perché piace loro affliggere, infastidire e torturare colei che fra l’altro non aveva mai pensato a lui, e neppure lo conosceva. Proprio bello! Sublime! Grande! Per quanto riguarda le mie lettere, può conservarle, se desidera, sebbene esse siano troppo semplici!
Quanto a me, non mancherò in futuro di trarre vantaggio da questa lezione: mi ha fatto sapere fino a che punto di sincerità un uomo esprime la sua simpatia, il suo affetto, il suo amore, tutte le speranze future riguardo a ragazze ancora inesperte.
Una Signora amica mia diceva giorni orsono queste parole:
“Una donna che crede alle parole di un uomo, non è che una povera idiota; se un giorno vedeste qualcuno che finga di portare alle labbra una bevanda avvelenata a causa sua, rovesciategliela velocemente in bocca perché libererà il mondo da un impostore in più”.
Abbiamo riso tutti! E alla fine aveva ragione...
Ofélia

P.S. Le chiedo scusa se rispondo solo oggi alla sua lettera, ma a causa della morte del fratello di mio cognato non sono venuta a casa ieri e per questo non ho potuto risponderle con la velocità che avrei voluto.
Le augura immensa felicità la...
Ofélia





Gioacchino Rossini al soprano Isabella Colbran


Volete la mia opinione sull’amore?
L’amore soddisfatto è un piacevole passatempo;
l’amore infelice è un dente guasto del cuore.
Grazie al cielo, noi abbiamo avuto ambedue la fortuna di non conoscere che il nome di un tal malanno.
Il mio amore per voi è una sinfonia in sol maggiore dedicata alla più bella di tutte le donne dal suo fedele adoratore.





Intraducibile gioco di stile!

provate a leggere una riga su due...

Georges Sand a Alfred de Musset
 
 
Je suis trés émue de vous dire que j'ai
bien compris l'autre soir que vous aviez
toujours une envie folle de me faire
danser. Je garde le souvenir de votre
baiser et je voudrais bien que ce soit
là une preuve que je puisse être aimée
par vous. Je suis prête à vous montrer mon
affection toute désintéressée et sans cal-
cul, et si vous voulez me voir aussi
vous dévoiler sans artifice mon âme
toute nue, venez me faire une visite.
Nous causerons en amis, franchement.
Je vous prouverai que je suis la femme
sincère, capable de vous offrir l'affection
la plus profonde comme la plus étroite
en amitié, en un mot la meilleure preuve
que vous puissiez rêver, puisque votre
âme est libre. Pensez que la solitude oú j'ha-
bite est bien longue, bien dure et souvent
difficile. Ainsi en y songeant j'ai l'âme
grosse. Accourez donc vite et venez me la
faire oublier par l'amour oú je veux me





 A Viktor Sklovskij

Mio caro, mio amato. Non scrivermi d'amore. Non devi. Io sono molto stanca. Io, come tu stesso hai detto, ho la schiena a pezzi. Ciò che divide è la vita quotidiana. Io non ti amo e non ti amerò. Ho paura del tuo amore; prima o poi mi offenderai, per il fatto che adesso mi ami tanto. Non lamentarti così spaventosamente, tu mi sei comunque caro. Non spaventarmi. Mi conosci così bene, eppure fai di tutto per allontanarmi da te. Forse il tuo amore è grande, ma non è gioioso. Tu mi sei necessario, tu sai tirar fuori il mio vero io. Non scrivermi soltanto del tuo amore. Non farmi scenate tremende al telefono. Non infuriarti. Tu riesci ad avvelenare le mie giornate. Io ho bisogno della libertà, non voglio che nessuno osi chiedermi nulla. E tu esigi da me tutto il mio tempo. Sii leggero, diversamente fallirai in amore. Ma tu, di giorno in giorno, diventi sempre più triste. Mio caro, devi prenderti un periodo di riposo. Scrivo a letto, perchè ieri sera ho ballato. Ora vado a fare un bagno. Forse oggi ci vedremo.





August Strindberg ad Harriet Bosse


28 aprile 1901

Amore,
Tu chiedi se puoi darmi qualcosa di buono e di bello nella vita! Eppure — cosa non mi hai già dato?
Quando Tu, Amore, buona amica, entrasti nella mia abitazione, tre mesi fa, ero triste, vecchio, brutto, quasi cattivo, scoraggiato.
E Tu venisti!
Cosa successe?
Prima di tutto mi hai fatto diventare quasi buono!
Poi mi hai fatto ritornare giovane!
Quindi hai risvegliato la mia speranza in un mondo migliore!
Così mi hai insegnato la bellezza della vita — con moderazione; e la bellezza che è in Te — Svanevit!
Ero triste, Tu mi hai dato la gioia!
Cosa temi da parte Tua?
Tu, giovane, bella, piena di talento e di molte altre cose buone, che cosa non hai da insegnarmi? E osi dire che vuoi essere istruita!
Mi hai insegnato parole pure e belle, mi hai insegnato a pensare in termini di bellezza e di grandezza, mi hai insegnato a perdonare ai nemici, mi hai insegnato a rispettare il destino degli uomini, oltre al mio.
Amore, chi potrà dividerci, contro il volere della Provvidenza?
Se la Provvidenza lo vuole, in quel caso ci divideremo come amici per la vita; e Tu diventerai la lontana amata immortale, io sarò il tuo servitore, Ariel, che ti proteggerà da lontano. Ti riscalderô con il mio amore e con i miei pensieri benevoli, ti proteggerô con le mie preghiere!
Ora aspettiamo fino al 6 maggio, e vediamo se la Provvidenza vorrà dividere quello che Lui ha unito!
Tuo Gusten

mettre.



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