LUCREZIO

Come in sogno un assetato che cerchi di bere,
e bevanda non trovi che estingua nelle sue membra l'arsura,
ma liquidi miraggi insegua in un vano tormento,
o immerso in un rapido fiume ne beva, ma la sete non plachi,
così in amore Venere con miraggi illude gli amanti
che non sanno appagarsi mirando le svelate forme,
né a una carezza involare qualcosa dalle tenere membra,
irrequieti vagando per l'intera superficie del corpo.
Quando infine con le membra avvinte godono del fiore
della giovinezza, e già il corpo presagisce il piacere,
e Venere è sul punto di riversare il seme nel campo femmineo,
comprimono avidamente i petti, confondono la saliva nelle bocche,
e ansimano mordendosi a vicenda le labbra;
invano, perché nulla possono distaccare dalla persona amata,
né penetrarla e perdersi con tutte le membra nell'altro corpo.
Infatti talvolta sembrano voler fare ciò e ingaggiare una lotta:
a tal punto si serrano cupidamente nella stretta di Venere,
finché le membra, stremate dall'intensità del piacere, si struggono.
Infine quando il piacere raccolto si effonde dai nervi,
per un po' si produce una breve pausa dell'ardore,
poi torna la medesima rabbia, di nuovo quella smania li assale,
mentre gli amanti vorrebbero sapere che cosa desiderano,
e non riescono a trovare un rimedio che plachi il tormento:
in tale incertezza si consumano per una piaga segreta.


Così dunque chi riceve la ferita dai dardi di Venere,
siano essi scagliati dalle femminee membra d'un fanciullo,
o di donna che irradi amore da tutto il corpo,
si protende verso la creatura da cui è ferito e arde
di congiungersi a lei, e di versare in quel corpo l'umore del corpo.
Infatti la tacita brama presagisce il piacere.
Questa è Venere a noi; di qui il nome d'amore,
di qui prima stillarono dolcissime gocce
nel cuore, e a vicenda successe la gelida pena;
se infatti è lontano chi ami, ti è accanto l'immagine
del suo volto, ti aleggia alle orecchie il suo nome soave.
Ma conviene che tali fantasmi si fuggano, che si ricusi
ogni alimento d'amore, ad altro il pensiero si volga,
e il seme raccolto si eiaculi in casuali amplessi,
né lo si serbi, una volta filtrato, a un amore esclusivo,
futura pena a se stessi e sicuro travaglio.
Brucia l'intima piaga a nutrirla e col tempo incarnisce,
divampa nei giorni l'ardore, l'angoscia ti serra,
se non confondi l'antico dolore con nuove ferite,
e le recenti piaghe errabondo lenisca d'instabili amori,
o ad altro tu possa rivolgere i moti dell'animo.
Non perde il frutto di Venere chi evita amore,
ne deliba piuttosto le gioie e ne schiva gli affanni.





O degli Eneadi madre, o degli umani,
Dei numi voluttà, Venere altrice,
Che il navigero mar, che l'ubertose
Terre, del ciel sotto i volgenti segni,
5Popoli, che per te genera, e nato
Del sole a' raggi ogni animai si allegra;
Te, dea, fuggono i venti ; al tuo venire
Dileguami le nubi; a te sommette
Fiori soavi la dedalea terra ;
10A te ridon le vaste onde e placalo
D'una luce diffusa il ciel risplende.
Te, come pria la bella primavera
I suoi giorni dischiude, e sciolta avvivasi
La dolce di favonio aura feconda
Cantan reduce dea gli aerei uccelli,
Che primi il tuo poter sentono in core;
Pe' lieti paschi esultano le greggi,
Guadan ratte fiumane; ed a tal segno
Preso è da' vezzi tuoi, che ovunque il guidi,
Cupidamente ogni animai ti segue.
Tu inf in per monti e mari e per rapaci
Fiumi e campagne verdeggianti e case
Frondifere d'alati, in ogni petto
Alto incutendo un dilettoso amore,
Fai che ciascuno per la propria specie
Con gran desio la stirpe sua propaghi.
E giacché sola tu reggi il governo
Dell'universo, e nulla a le divine
Rive del giorno senza te si leva,
Nulla è senza di te lieto e giocondo,
Te spiratrice a questi versi imploro
Or che le leggi di Natura intendo
Svelar di Memmio al figlio, a noi sì caro
E che tu, dea, d'ogni bel pregio ornato
Sempre e in tutte le cose egregio hai fatto.
Però, meglio che mai, diva, consenti
Una grazia immortale a' detti miei,
E fa' che in terra e in mar taccian fra tanto
Gli acri studj dell'armi alfin sopiti,
Quando sola tu puoi giovar di cheta
Pace i mortali, e Marte armipossente,
Che l'aspre della guerra arti governa,
Dall'eterna d'amor piaga conquiso,
Spesse volte nel tuo grembo si lascia,
E abbandonando stupefatto indietro
La bella testa, con bocca anelante
D'amore avidi in te pasce gli sguardi,
Resupino così, che tutto, o dea,
Dalle tue labbra il suo spirito pende.
Deh, mentre tu col corpo intemerato
Circonfondi sovrana il dio giacente,
Sciogli del labbro il dir suave, e pace
Placida pe' Romani, inclita, chiedi:
Che attender non turbato io non potrei
Fra' turbamenti della patria all'opra,
Né di Memmio mancar patrìa la chiara
Stirpe in tal uopo alla comun salute.







MUSICA : ANCIENT MUSIC