DAL PRIMO LIBRO






A UN BUFFONE INSIPIDO

 
 
O Cecilio,
a te sembra di esser spiritoso.
Credimi, non lo sei.
«Che sarei dunque?»
Un becero, qual è
un trasteverino venditore
che baratta i gialli zolfanelli
con oggetti di vetro già incrinati
o che vende a degli sfaccendati
ceci stracotti,
o un fachiro domator di vipere,
o quali sono dei nostri salumieri
i garzoni pagati a basso prezzo,
o quel cuoco che con voce rauca
ti serve in strada su calde casseruole
salsicce di maiale ancor fumanti,
o un misero poetastro di città,
o un maestro di ballo gaditano
proprio impudente,
o la bocca ciarliera e impertinente
d'un vecchio bagascione.
Per cui, Cecilio, cessa di vederti
quel che a te solo appari,
cioè di poter vincere con frizzi
Gabba, il buffone,
e lo stesso Tettio Caballo.
Irridere non è concesso a tutti:
chi scherza con stolida impudenza
non è un Tettio, ma un grosso bestione.





UN OSPITE AVARO
 
 
Fummo in sessanta ad essere invitati
ieri da te, Mancino,
e nulla ci fu a tavola imbandito,
tranne un cinghiale:
non le uve che vengono lasciate
sulle viti tardive
o le mele cotogne, che gareggiano
coi dolci favi,
non le pere che pendono legate
con lunghi filamenti di ginestra
oppur le melegrane di Fenicia
dal colore simile alle rose
di breve vita,
né la rustica Sarsina mandò
coni di cacio di latte ancor stillanti,
né venne dagli orci del Piceno
la verde oliva,
ma un nudo cinghiale
e questo addirittura piccolino,
quale può essere abbattuto
da un nanetto con le mani inermi.
Nulla, dopo di questo, fu servito.
Tutti stemmo a guardar senza mangiare:
anche l'arena suole in questo modo
esporre un cinghiale
alla vista degli spettatori.
Non ti venga un cinghiale più servito,
dopo cotesta tua gloriosa impresa,
ma che tu venga esposto ad un cinghiale
simile in tutto a quello
che uccise il bandito Caridemo.



 

L'IDEALE DI VITA DEL POETA
 
 
Se vuoi conoscere in breve del tuo Marco
gl'intimi desideri, o mio Frontone,
decoro illustre dei nostri cittadini
in pace e in guerra,
ecco ciò che desidera, di essere
coltivatore di un proprio campicello,
egli che ama, tra modesti beni,
la vita agreste semplice e serena.
Forse qualcuno ti frequenterebbe
il freddo degli atrii rivestiti
di variopinto marmo di Laconia
e, come un vero sciocco,
recherebbe il saluto mattutino,
se, contento dei frutti del suo bosco
e del campo, potesse rovesciare
le reti piene dinanzi al focolare
e pescar con la lenza tremolante
un pesce saltellante
e fare giù colar da un orcio rosso
il miel dorato?
Se inoltre una grassa contadina
gli colmasse la mensa zoppicante
e un ceppo non comprato
ne cuocesse le uova nella cenere?
Auguro a chi non mi vuol bene
di non amar questa vita
e di viver, tra le faccende urbane,
pallido come un panno del bucato.





TRIBUTO DI FAMA DI POETI ALLA TERRA NATIA
 
 
Ama Verona i carmi
del suo dotto poeta,
Mantova è felice per Virgilio;
la terra di Abano è apprezzata
per il suo Livio
e non meno per Stella ed il suo Flacco.
Plaude ad Apollodoro il Nilo acquoso,
hanno fama i Peligni per Ovidio,
parla sovente Cordova faconda
dei due Seneca e dell'unico Lucano.
Cadice, che è dei giuochi amante,
gode della fama del suo Canio,
come Emerita per il mio Deciano:
la nostra Bilbili
di te si glorierà, Liciniano,
né tacerà di me.




LA METAMORFOSI DI LEVINA

 
 
La casta Levina, non da meno
delle antiche sabine,
sebbene più rigida essa stessa
del severo marito,
mentre nel bagno si rilassa,
ora nelle acque del Lucrino,
ora d'Averno,
e mentre spesso prende un bagno caldo
nelle terme di Baia,
ecco che cade in amoroso fuoco:
pianta il marito e segue un giovanotto:
come Penelope a Baia era venuta,
come novella Elena partì.





 CIECO D'AMORE

 
 
A qualunque faccenda
Rufo attenda,
non c'è per Rufo che soltanto Nevia.
Se gode o piange oppur se ne sta zitto,
parla o pensa di lei.
Pranza o propone un brindisi,
chiede o dice di no o un cenno fa,
sempre Nevia è presente al suo pensiero.
Se non c'è lei, muto se ne sta.
Scriveva ieri una lettera a suo padre
e cominciava: «Nevia, luce mia,
ave, Nevia, pupilla dei miei occhi.»
Nevia legge quest'inizio e ride,
tenendo il viso basso.
Nevia non è mica unica al mondo.
Perché folleggi, dunque, o uomo sciocco?





BRINDISI PER LE DONNE AMATE

 
 
Cinque bicchieri si bevano per Levia,
otto per Giustina,
quattro per Lica, e quattro anche per Lide
e per Ida tre.
Tanti bicchieri siano per ciascuna,
quante sono le lettere del nome,
e poiché nessuna d'esse viene,
o Sonno, vieni almeno tu da me.





UN VICINO CHE NON SI VEDE MAI
 
 
Novio è mio vicino e con la mano
potrebbe essere toccato
da finestra a finestra.
Chi non potrà mostrarsi invidioso
e pensare che io in tutte l'ore
possa godere della compagnia
di un amico a me così vicino?
Egli però da me tanto è lontano
quanto Terenziano,
che amministra la niliaca Siene.
Non convivere, né almen vederlo,
né ascoltarlo m'è dato,
né v'è alcuno in tutta la città
che sia ad un tempo a me tanto vicino
e pur tanto lontano.
O io o lui dobbiamo traslocare
molto lontano.
Se qualcuno non vuol vedere Novio,
sia a Novio vicino
o coinquilino.





AFFETTO PER ALCIMO

 
 
O Alcimo, rapito al tuo padrone
nei teneri anni dell'infanzia,
tu che sei nella terra labicana
coperto da una lieve zolla erbosa,
non blocchi vacillanti
di marmo Pario accetta,
che una vana fatica
offre al defunto, dono perituro,
ma dei fragili bossi ed ombre opache
di pampini
e prati verdeggianti e rugiadosi
delle lacrime mie.
Questo, caro fanciullo, ora gradisci,
segno e tributo del dolore mio:
questo onore per te durerà sempre.
Quando Lachesi i miei ultimi anni
avrà finito di filar col fuso,
raccomando che non diversamente
le mie ceneri abbiano riposo




 IL TIPO DEL PETTEGOLO

 
 
Sempre, Cinna,
all'orecchio di tutti tu sussurri,
anche le notizie
che è lecito dire ad alta voce
dinanzi ad una folla di uditori.
Ridi accosto all'orecchio e ti lamenti,
accusi e piangi e canti nell'orecchio,
giudizi esprimi, taci e gridi
e perciò questo vizio radicato
è in te profondamente
al punto che spesso nell'orecchio
tu, Cinna,
le lodi di Cesare bisbigli.




UN PRODIGO CHE DIVENTA AVARO

 
 
Tu, Caleno, sino a poco fa
non possedevi due milioni tondi,
ma tanto prodigo eri e generoso
e magnifico che gli amici tutti
te ne auguravano dieci milioni.
Un dio ha esaudito i nostri voti
e le nostre preghiere
e, come credo, entro sette mesi,
le belle eredità di quattro morti
ti hanno fatto raggiunger questa somma.
Ma tu così, come uno
che non avesse avuto eredità,
ma un furto di dieci milioni,
ti sei ridotto, infelice, in tanta fame
che i conviti tuoi più sontuosi,
che solo una volta offri in tutto l'anno,
te li sbrighi con la spilorceria
d'una moneta nera, e noi, che siamo
i tuoi vecchi sette amici, ti costiamo
mezza libbra di piombo appena appena.
Che augurarti per cotesti meriti?
Ti auguriamo, o Caleno,
di raggiungere i cento milioni:
solo così tu creperai di fame.




DORMICI SU

 
 
Tu di volta in volta, Rufo,
alterni l'acqua al vino
e, se un amico ti costringe a berlo,
bevi appena appena
un'oncia di Falerno misto ad acqua.
Forse che Nevia ti ha fatto la promessa
d'una notte d'amore e preferisci
le sobrie leggerezze per goderti
una sequela d'amorosi amplessi?
Tu sospiri, taci e ti lamenti:
essa ti ha risposto con un no.
Conviene dunque che una dietro l'altra
tu trinchi delle coppe e nel vin puro
soffocare il tuo dolore duro.
Perché, Rufo, vuoi mantenerti sobrio?
Conviene invece che ci dorma su.






VIGILE PRECAUZIONE
 
 
Tu mi vai pregando
che ti reciti gli epigrammi miei.
Non voglio.
Tu, Celere, brami non di udire,
ma recitare i brutti versi tuoi




CHI SI LODA, SI SBRODA
 
 
Sei bella, Fabulla, lo sappiamo,
e giovane, e questo è pure vero,
e ricca: chi potrebbe mai negarlo?
Ma quando tu ti lodi di soverchio,
né ricca sei, né giovane, né bella.





UN GIUDIZIO TROPPO PERSONALE
 
 
«Sei un uomo troppo libero»
- sempre tu mi ripeti -.
Cerilo, per te è troppo libero,
chi parla contro te.









A UN VANESIO
 
 
Bell'uomo e grande personaggio
tu ad un tempo vuoi apparire, o Cotta;
ma chi è un bell'uomo, o Cotta,
è anche un essere piccino


LO SPASIMANTE DI MARONILLA
 
 
Gemello vuol sposare Maronilla,
la brama e la corteggia assiduamente,
la prega e le fa doni.
«Ma è veramente così bella?»
«Macché! non v'è nulla di più brutto.»
«Cos'ha dunque che piace e attira tanto?»
«Essa tossisce per tubercolosi.



A UN CAVALIERE BEONE
 
 
Poiché dieci buoni per il vino
furon dati a ciascun dei cavalieri,
come mai tu, Sestiliano,
ne bevi venti e da solo?
L'acqua calda ai nostri acquaioli
sarebbe già mancata,
se tu, Sestiliano,
non bevessi soltanto vino puro



UNA DONNA EROICA
 
 
La casta Arria, consegnando al suo Peto
la spada estratta con le proprie mani
dalle viscere sue,
«Se merito fede,» disse,
«la ferita che ho fatto non duole,
ma quel che farai tu, Peto,
questo sì che mi duole».


A UN DIVORATORE DI FUNGHI
 
 
Dimmi, che follia è cotesta?
Mentre la folla dei tuoi convitati
ti guarda a dente asciutto,
tu, da solo, Ceciliano,
divori i porcini.
Quale augurio rivolgerti, degno
d'una gola e d'un ventre così grandi?
Che tu possa mangiare un boleto,
come quello che Claudio mangiò.


GLI INVITI A CENA DI COTTA
 
 
Tu, Cotta, non inviti a cena
se non un compagno
di bagno. A te soltanto le terme
procurano un commensale.
Mi meravigliavo, o Cotta,
perché non m'invitassi mai:
ora so bene che nudo
a te non sono piaciuto.


A UN INVERTITO DAL SEVERO ASPETTO
 
 
Tu vedi, o Deciano, quell'uomo
dai capelli arruffati
e del quale temi tu stesso
il sopracciglio severo
e che sempre nomina i Curii
e i difensori Camilli?
L'aspetto austero di lui non t'inganni:
ieri fu donna.


A UN BEONE

 
 
Chi crede che Acerra puzzi
del vino ieri bevuto,
s'inganna:
Acerra continua a bere
sino alle luci dell'alba


A UN PLAGIARIO
 
 
Sento dire di te, Fidentino,
che recitando vai i versi miei,
spacciandoli per tuoi,
dinanzi a un uditorio numeroso.
Se permetti che siano detti miei,
gratis
io ti manderò gli epigrammi;
se brami invece che siano detti tuoi,
comprali:
così miei non lo saranno più.


NULLA DI NUOVO PER DIAULO
 
 
Fu già chirurgo Diaulo,
ora è becchino.
Nel modo che gli era possibile
cominciò ad essere medico.


ANTIPATIA PER SABIDIO
 
 
Bene io non ti voglio, o Sabidio,
né ti so dir perché:
posso soltanto dire
ch'io non ti voglio bene.


 LACRIME A COMANDO
 
 
Quando Gellia sta sola soletta,
non piange per il padre che ha perduto,
ma se qualcuno s'avvicina a lei,
scorre giù a comando
un pianto senza fine.
Chiunque cerca di essere lodato,
non piange, o Gellia;
sente il dolor veramente
chi piange in segreto.


A BASSO COSTA CARO...
 
 
Tu scarichi il superfluo del tuo ventre
in un infelice vaso d'oro,
né, Basso, tu te ne vergogni.
Tu bevi in un bicchiere, che è di vetro,
cachi dunque a prezzo più costoso.


A UN LETTORE SCHIZZINOSO E INVIDIOSO
 
 
Tu che fai delle smorfie, o velenoso,
e volentieri non leggi questi versi,
possa di tutti essere invidioso,
nessuno mai di te.


A UN OSTE
 
 
L'uva è rigonfia d'acqua, flagellata
da continui acquazzoni;
oste, ammesso che tu ne avessi voglia,
non puoi vender quest'anno il vino puro.


LA DONNA CHE PREFERISCO
 
 
Tu mi domandi, o Flacco,
quale tipo di donna
vorrei per me e quale non vorrei?
Non troppo compiacente la vorrei
e non troppo scontrosa.
Le qualità intermedie preferisco:
che non mi stia lì a tormentare
e non mi sazi subito di sé.


L'ASSEGNO DATO A BAIA
 
 
Assomma a cento quadranti
la sportula datami a Baia.
Che senso ha quest'assegno di fame
fra tante lussuose delizie?
Rendimi, o Flacco, i bagni tenebrosi
di Lupo e di Grillo:
che giova fare un bel bagno
e poi mangiare a stecchetto



UN MARITO INGEGNOSO
 
 
Non vi fu alcuno in tutta la città
che volesse toccare la tua moglie,
persino gratis, o Ceciliano,
mentre questo era lecito.
Ma ora che le hai posto dei custodi,
una turba di ganzi fa la fila:
sei certo un ingegnoso ruffiano.



 UN PRESTITO PER LINO
 
 
Chi preferisce di donare a Lino
sol la metà, piuttosto che prestargli
l'intera somma, certo preferisce
di perder la metà.


UN UOMO SEMPRE AFFACCENDATO
 
 
Tu, Attalo, sempre cause fai
e sempre sbrighi affari;
abbia o non abbia tu da far qualcosa,
sempre, Attalo, sei in giro affaccendato.
Se le cause ti mancano e gli affari,
ecco ti metti a fare il mulattiere.
Perché qualcosa da fare non ti manchi,
Attalo, preparati la morte.


LA MORTALE AVIDITÀ DI CANO
 
 
Da te, Cano, nell'ultima tua notte,
fu richiesta la sportula.
Credo, o Cano, che questa t'abbia ucciso,
ché fu la sola avuta in tutto il giorno.



IL CANDORE DI SOSIBIANO
 
 
Tu sai, Sosibiano,
di esser generato da uno schiavo
e candidamente lo confessi,
quando dici a tuo padre: «Mio signore.»








MUSICA :
CETRA  PENTATONICA