ORAZIO







                QUESTO AMORE               

Sei più bella             

di un’isola greca                                                   
e sei la mia isola.                                                   
Anche quando siamo                                        
in mezzo alla gente                                                
io non vedo nulla                                                   
e non sento nessuno.                                           
Guardo solamente                                                     
il tuo viso                                                                        
e ascolto soltanto                                                         
la tua voce.                                                         
“Questo amore                     
bello come il giorno
ci guarda sorridendo 
e ci parla senza dire nulla”.          
Questo amore 
è mio e tuo   
e guai a chi
ci metterà
anche solo un dito.
Ma se prima o poi
tu volessi
riprendere a volare:
Io sarò il tuo vento.



ODE


Tu guarda come svetta il Soratte chiaro

di neve alta, quasi non regge il peso

la selva stanca, e osserva i corsi

d’acqua rappresi nel gelo acuto.

 

Ma sciogli il freddo dando vigore al fuoco

con altra legna, senza timore poi

il vino puro di quattr’anni.

versa dall’anfora, mio Taliarco.

 

Il resto lascia tutto agli dèi, che appena

sul mare grosso placano i venti forti

tra loro in lotta, non stormisce

più il cipresso né l’orno vecchio.

 

Al tuo domani non ci pensare, segna

qualunque giorno voglia donarti il caso

a tuo guadagno e non sprezzare,

tu che sei giovane, amori e danze,

 

finché capelli bianchi e malanni stanno

da te lontani. Ora più spesso invece

la sera scendi al Campo, in piazza,

corri ai sussurri di chi ti aspetta,

 

ritorna al caro riso con cui si svela

la tua ragazza ferma nel buio fitto,

al pegno tolto dal suo braccio,

dalle sue dita che stringe piano.

 

ODE 1 ( CARME 1 )

O Mecenate, che discendi da regali antenati,
o tu che sei la mia protezione ed il mio dolce decoro:
ci sono quelli a cui piace avere raccolto con un cocchio
la polvere di Olimpia e la meta evitata
dalle ruote infuocate e la palma che li rende celebri
li innalza sino agli dei signori delle terre;
a questo (il politico) piace che la folla di cittadini Romani
gareggi nell'innalzarlo alle tre supreme cariche;
a quello (il latifondista) piace avere immagazzinato nel proprio granaio
tutto il grano che si raccoglie nell'Africa del Nord.
Nemmeno alle condizioni di Attalo potresti mai
allontanare chi gode nel dividere col sarchiello
i campi paterni, in moda da indurlo a solcare da marinaio
pauroso il mare Mirtoo con una nave cipriota;
un mercante che ha paura dell'Africo che sconvolge
le onde del mare Icario elogia la quiete e la campagna
del suo paese: ma presto ricostruisce le navi squassate,
incapace ad adattarsi a vivere in povertà.
E' colui che non rifiuta né coppe di Massico invecchiato
né di rinunciare ad una parte della giornata lavorativa,
ora con il corpo sdraiato sotto un verde corbezzolo,
ora alla dolce sorgente di acqua sacra.
Ai guerrafondai piace sia il suono della tromba
misto al suono del corno sia le guerre detestate
dalle madri. Il cacciatore rimane sotto il freddo cielo
immemore della dolce moglie,
sia che i cani fedeli abbiano visto una cerva,
sia che un cinghiale dei Marsi abbia rotto le contorte maglie delle reti.
L'edera, premio delle menti dotte, mi unisce
agli dei celesti, il fresco bosco sacro e le delicate danze
delle Ninfe con i Satiri mi separano
dal popolo, se Euterpe non proibisce
di suonare i flauti, e Polimnia
non si rifiuta di accordare la lira di Lesbo.
Perciò se mi inserirai nel numero dei poeti lirici,
con la testa ben alta urterò le stelle.



ODE 4

Si scioglie il pungente inverno per il gradito ritorno della primavera e del Favonio,
e i rulli calano in mare gli scafi asciutti delle imbarcazioni,
e oramai il bestiame non si rallegra nelle stalle né il contadino davanti al focolare,
né i prati biancheggiano della candida rugiada.
Già la Citerea Venere guida le danze sotto l'imminente luna,
e le leggiadre Grazie con le mani unite alle Ninfe
battono la terra ora con uno, ora con l'altro piede, mentre Vulcano
acceso in volto visita le faticose officine dei Ciclopi.
Ora conviene cingersi il capo rilucente con il verde mirto
o con un fiore che le terre, liberate dal gelo, producono;
ora conviene anche sacrificare nei luoghi ombrosi una vittima a Fauno,
sia che egli chieda un'agnella o che preferisca un capretto.
La pallida Morte batte ugualmente con il piede alle case dei poveri
come ai palazzi dei re. O beato Sestio,
la breve durata della vita ci impedisce di concepire una lunga speranza.
Presto verrà ad opprimerti la notte e i Mani della leggenda
e la spoglia casa di Plutone; e una volta che vi sarai entrato,
non tirerai a sorte con i dadi il regno del convito,
né potrai più contemplare la grazia del giovane Licida, per il quale ora
arde di passione l'intera gioventù e presto le fanciulle inizieranno a scaldarsi d'amore




ODE 5

Quale gracile ragazzo tra un'infinità di rose,
inebriato di unguenti profumati, si stringe a te
con ardore, o Pirra, nella cara caverna?
Per chi annodi la bionda chioma
semplice nella tua eleganza? Quante volte, ahimé,
piangerà la fedeltà tradita e gli dei diventati avversi
e, ingenuo, si meraviglierà delle pianure,
scoscese a causa dei foschi venti,
colui il quale, sereno, ora gode di te,
che ti spera sempre a disposizione, sempre
amabile, inconsapevole della brezza
ingannevole. Poveri coloro ai quali
risplendi ancora sconosciuta: la parete sacra
rivela attraverso un quadretto votivo
che ho consacrato le vestti da naufrago
al dio signore del mare



ODE 11


Non domandarti, non è lecito saperlo, quale termine ultimo gli dei
hanno dato a me e quale a te, o Leuconoe, e non rivolgerti ai numeri
babilonesi. Quanto è meglio sopportare qualunque cosa che sarà!
Sia che Giove ci abbia concesso molti inverni,
sia che ci abbia dato come ultimo questo che ora fiacca
il mare Tirreno contro le opposte scogliere: sii saggia, filtra i vini
e tronca la speranza, lunga per il breve tempo della vita. Mentre parliamo
il tempo invidioso sarà già scappato: cogli l'attimo, fiduciosa il meno possibile nel domani.





ODE 14



O nave, nuovi flutti ti riporteranno
in mare. O cosa fai? Arriva in fretta
al porto. Non vedi forse che un fianco è privo di remi,
che l'albero è squassato dal rapido Africo,
che le antenne scricchiolano e che a fatica
la chiglia senza funi
può resistere al mare alquanto
agitato? Non ha vele integre,
non hai dei che potresti invocare schiacciata un'altra volta dalla disgrazia.
Benché di pino del Ponto,
figlia di una nobile selva,
ti vanteresti di un'origine e di un nome inutile:
un marinaio timido non si fida affatto delle poppe
colorate. Fa attenzione
a non essere lo zimbello dei venti.
Tu, che poco fa eri per me un angoscioso tedio,
e che ora sei un desiderio e un pensiero non lieve,
evita le acque che scorrono
tra le splendenti Cicladi.



ODE 23


Mi eviti, o Cloe, simile ad un cerbiatto
che cerca sui monti impervi la madre
timorosa, non senza vana paura
dei venti e delle selve.
Infatti gli tremano il cuore e le ginocchia
sia che l'arrivo della primavera
frema per il movimento delle foglie, sia che le verdi
lucertole smuovano un rovo.
Eppure io non seguo quale orribile tigre
o un leone Getulo per prenderti:
una buona volta smetti di seguire tua madre,
tu, in età da marito.



ODE 24

Quale pudore o misura ci potrebbe essere nella nostalgia
di una persona tanto cara? Intona, o Melpomeno,
lugubri canti a cui Giove, con la cetra ha dato
limpida voce.
E' pertanto vero che un sonno perpetuo opprime
Quintilio Varo? Infatti quando il Pudore,
l'incorruttibile Fede, sorella della Giustizia, e la nuda Verità
troverà uno pari a lui?
Lui è morto, degno di essere pianto per molti uomini onesti
ma per nessuno più che per te, o Virgilio.
Tu, invano pio, che, ahimé, chiedi agli dei Quintilio,
che non a questo patto ti era stato affidato.
Che cosa? Anche se hai suonato in modo più seducente
la cetra, ascoltata dagli alberi, per il Tracio Orfeo,
forse che il sangue tornerà alla vana ombra,
non appena che con la spaventosa verga
Mercurio, maldisposto a schiudere alle preghiere i destini,
avrà spinto il nero gregge?
E' difficile da sopportare: ma tutto ciò che non è possibile
cambiare diventa, con la rassegnazione, più leggero



ODE 37


Adesso bisogna bere, ora occorre battere la terra
con una danza sfrenata, adesso era il tempo
di ornare il tempio degli dei
per il banchetto dei Salii, o compagni.
Prima d'ora non era lecito trarre fuori il vino Cecubo
dalle cantine dei padri, mentre la regina
per Roma e per il potere un funerale
ed insensate catastrofi con il suo gregge
contaminato di uomini turpi per la menomazione
senza freni nello sperare ogni cosa
ed ubriaca per la dolce fortuna.
Ma le diminuì il furore una sola nave
a fatica superstite alle fiamme,
e Cesare ricacciò la sua mente annebbiata
dal vino della Mareotide nelle vere paure,
inseguendo con la flotta lei che fuggiva
dall'Italia, come lo sparviero insegue
le molli colombe o il veloce cacciatore insegue
la lepre nei nevosi campi della Tessaglia,
per mettere in catene quel mostro voluto
dal fato. Ed ella cercando di morire in modo
più degno come una donna non ebbe paura
della spada, né cercò di raggiungere le coste
fuori mano con una flotta veloce.
Osò sia vedere con volto sereno la sua reggia
umiliata, sia maneggiare, ardita, feroci
serpenti perché assorbisse in corpo
il mortale veleno, più superba
una volta decisa la morte;
naturalmente rifiutando di essere condotta via
con le navi Liburniche per il superbo trionfo
come una donna qualsiasi, lei, donna nobile



ODE 38



Destesto, o ragazzo, lo sfarzo persiano;
mi sono sgradite le corone intrecciate con filo di tiglio:
smetti di cercare in quale luogo
fiorisce la rosa tardiva.
Non voglio che, premuroso, ti affatichi ad aggiungere
null'altro al semplice mirto: esso conviene
a te coppiere e a me che bevo
nell'ombra della vite.



ODI 3 ( CARME 2)


Ricordati di mantenere l'animo imperturbato
nelle difficoltà, non diversamente lontano
dalla gioia eccessiva,
o Dellio che sei destinato a morire,
sia se avrai vissuto triste in ogni momento,
sia se ti sarai rallegrato nei giorni felici
disteso in un prato appartato con un'anfora
di Falerno di vecchia data.
Per quale motivo il grande pino ed il bianco pioppo
amano intrecciare con i rami un'ombra ospitale?
Perché l'acqua si affanna
ad affrettarsi in un tortuoso ruscello?
Fa' portare qui i vini e gli oli profumati e i fiori
troppo effimeri della bella rosa,
finché le circostanze, l'età e i neri fili
delle tre sorelle lo permettono.
Te ne andrai dai pascoli montani e dalla casa
e dalla villa, che il biondo Tevere bagna.
Te ne andrai, e un erede s'impadronirà
delle ricchezze accumulate.
Nulla importa se vivi ricco, nato dall'antico Inaco
o povero, nato da infima stirpe,
vittima dell'Orco senza pietà.
Tutti noi siamo costretti ad ammassarci in un medesimo luogo,
la sorte di tutti viene agitata in un'urna
destinata prima o poi ad essere estratta e che ci farà salire
sulla barca nell'eterno esilio.



ODE 6


O Settimio, che stai per andare con me a Cadice e
dal Cantabro che non ha imparato a tollerare il nostro giogo
e presso le barbare Sirti, dove il mare di Mauritania
è sempre agitato:
voglia il cielo che Tivoli, fondata da un colono
di Argo, sia la dimora della mia vecchiaia,
e sia il capolinea per me, stanco del mare, dei viaggi
e della guerra.
Ma se le Parche sfavorevoli mi respingono da là,
mi dirigerò verso il fiume Galeso, gradito
alle pecore impellicciate, e verso
le terre governate dallo spartano Falanto.
Tra tutti gli angoli della terra quello è il posto
che mi sorride di più, dove il miele non sfigura con quello
dell'Imetto e l'oliva battaglia con quella verdeggiante
di Venafro,
dove Giove offre una lunga primavera e
inverni tiepidi e il colle Aulone, amico
del fertile Bacco, non invidia minimamente
le uve Falerne.
Con me quel luogo e le beate alture
te lo chiedono: là, con debite lacrime, spargerai
le calde ceneri del poeta tuo amico.



ODE 10

Vivrai meglio, o Licinio, non spingendoti
sempre in alto mare né rasentando troppo
la costa insidiosa mentre prudente temi
le tempeste.
Chiunque segue l'aureo principio del giusto mezzo,
sta lontano al sicuro dagli squallori
di una casa decadente, e sta lontano, sobrio,
da un palazzo che suscita invidia.
Più frequentemente i venti agitano il grande pino,
le alte torri crollano con maggior rovina
e i fulmini colpiscono le cime dei monti.
Un cuore opportunamente predisposto attende
situazioni minacciose, nelle situazioni felici ha paura
del destino avverso: Giove riporta gli inverni
che rendono brutte le cose,
ed egli stesso li allontana. Se ora le cose vanno male,
non saà così in futuro: Apollo sveglia con la cetra
la Musa silenziosa e non tende sempre l'arco.
Nei momenti difficili mostrati corraggioso
e forte; allo stesso tempo tu ammainerai
sapientemente la vela gonfiata da un vento
troppo vigoroso



ODE 14


Ahimé! fugaci, Postumo, o Postumo,
trascorrono gli anni, né la devozione reca
indugio alle rughe, all'incombente vecchiaia
e all'indomabile morte;
nemmeno se tu, amico mio, volessi placare
con trecento tori, quanti sono i giorni che passano
l'inesorabile Plutone, che tiene imprigionati Gerione
tre volte gigante e Tizio con un'acqua funesta,
è evidente che dovrà essere attraversata da tutti noi
che ci nutriamo del prodotto della terra,
sia che saremo re o poveri coloni.
Inutilmante ci terremo distanti dal cruento Marte
e dai flutti spezzati del roco Adriatico,
invano nel corso degli autunni temeremo
lo scirocco che nuoce ai corpi.
Dovremo visitare l'oscuro fiume Cocito
che scorre lento, l'infame stirpe di Danao e
Sisifo, figlio di Eolo, condannato
all'eterno lavoro.
Dovremo lasciare la terra, la casa e l'amata
moglie, e nessuno di quegli alberi che curi,
ad eccezione degli odiosi cipressi seguirà
il proprio padrone di breve tempo.
Il più degno erede consumerà completamente i vini
Cecubi, conservati sotto cento chiavi, e tingerà
il pavimento con questo vino superbo, migliore
di quello delle cene dei Pontefici



ODE 17


Perché mi strappi l'anima con i tuoi lamenti?
Né a me né agli dei piace che tu
te ne vada prima di me, o Mecenate,
grande decoro e difesa delle mie sorti.
Ah! se una violenza prematura rapisce te, parte
della mia anima, per quale motivo io, l'altra parte,
esito, non ugualmente caro e non più,
ancora vivo, integro? Quel giorno porterà
alla rovina di entrambi. Io non ho pronunciato
un falso giuramento: andremo, andremo,
in qualsiasi attimo mi precederai, come compagni
pronti a cominciare il viaggio.
Mai mi separerà da te né il soffio
della Chimera di fuoco né se risorgesse
il Centimano Gie: così stabilirono
la potente Giustizia e le Parche.
Sia che la Bilancia o lo spaventoso Scorpione
o il Capricorno tiranno del mar Tirreno
abbia influsso su di me, come parte dominante
della mia ora natale,
entrambe le nostre costellazioni concordano
in modo incredibile. L'astro protettivo di Giove
che splende ti ha salvato dall'empio Saturno
e ha frenato le ali del fato alato,
quando il popolo, accorrendo numeroso, fece risuonare
tre volte nel teatro un lieto applauso;
un tronco caduto sulla mia testa mi avrebbe
portato via, se Fauno, protettore degli uomini sacri a Mercurio,
con la mano destra non avesse attutito il colpo.
Ricorda di offrire vittime e
un tempietto votivo:
io immolerò un'umile agnella



ODE 9 ( CARME 3)


Fino a quando ti ero gradito
e nessun giovane da te preferito ti gettava le braccia
al bianco collo,
prosperavo più beato del re dei Persiani.
"Fino a quando non hai arso d'amore più per un'altra
e Lidia non era dopo Cloe (nelle tue preferenze),
io, Lidia, assai famosa, divenni più celebre
della romana Ilia".
Ora mi guida la tracia Cloe,
esperta della cetra e di dolci melodie,
per la quale non temerò di morire,
se il fato la lascerà sopravvivere, lei che è la mia anima.
"Calais, figlio di Ornito di Turi,
brucia d'amore di reciproca fiamma per me,
per il quale sopporterò di morire due volte,
se il fato lo lascerà sopravvivere, lui che è il mio ragazzo".
Cosa diresti se tornasse l'antico amore
e, ora separati, ci riunisse con un vincolo eterno,
se la bionda Cloe venisse allontanata
e se la porta tornasse ad essere aperta per Lidia, prima respinta?
"Benché quello sia più bello di una stella,
e tu sia più leggero del sughero e più irritabile
dell'esagerato Adriatico,
è con te che vorrei vivere e morire".



ODE 13


O fonte Bandusia, più splendente e limpida del cristallo,
degna del vino dolce non senza fiori,
ti donerò domani un capretto,
la cui fronte, rigonfia per le prime corna,
promette battaglie d'amore.
Invano: infatti il discendente dello sfrenato gregge
renderà torbide la tue fresche acque
con il suo rosso sangue.
Il terrbile ardente Solleone non ti può toccare,
tu che offri un amabile refrigerio
agli stanchi tori del vomere
e al bestiame errante.
Anche tu diventerai una fra le fonti più celebri,
celebrando io i lecci che si protendono
sulle pietre cave, da dove loquaci
sgorgano le tue linfe.




ODE 23



Se, o Fidile che vieni dalla campagna, hai rivolto le mani
al cielo con le palme verso l'alto durante il novilunio,
se hai placato i Lari con l'incenso,
con i frutti di stagione e con un'ingorda scrofa;
non sentirà la fertile vite il funesto Africo
né i campi coltivati la sterile ruggine del grano
o i teneri figli nella stagione fruttifera
il tempo malsano.
Infatti una vittima pronta al sacrificio che
pascola sull'Algido nevoso fra querce e lecci
o cresce sugli erbosi prati Albani,
tingerà con il sangue del collo la scure
dei pontefici: non ti importa affatto
forzare degli umili dei con grande strage
di pecore mentre li incoroni con della rugiada
di mare ed un fragile mirto.
Se una mano senza colpe, non più gradita
di una sontuosa vittima, ha toccato l'altare,
ha placato i Penati avversi
con pio farro e saltellanti chicchi di sale.




ODE 30


Ho innalzato un monumento più durevole del bronzo
e più alto della regale mole delle piramidi,
cosicché né la pioggia erosiva, né la tramontana o
le infinite successioni degli anni e la fuga del tempo
lo possano ridurre a rovine.
Non morirò completamente e anzi molta parte di me
eviterà Libitina: crescerò continuamente, reso giovane
dalla lode dei posteri, fino a quando il pontefice
salirà il Campidoglio con una silenziosa vestale.
Verrà detto che io, celebre ma di umili origini,
ho adattato per primo la poesia eolica ai ritmi italici,
là dove rumoreggia l'impetuoso Ofanto e dove Dauno,
povero d'acqua, comandò popolazioni agresti.
O Melpomene, assumi l'orgoglio
che hai acquistato con i meriti,
e cingimi volentieri la chioma con l'alloro Delfico




ODE 20 ( CARME 7)


Si sciolgono le nevi, già tornano le erbe nei campi
e le chiome sugli alberi;
la terra cambia volto e i fiumi
rientrano negli argini;
La Grazia con le Ninfe e le sorelle gemelle osa
condurre il coro nuda.
Non sperare in cose eterne, ammonisce l'anno e l'ora
che rapisce il giorno benigno.
Il freddo si fa mite con lo Zefiro, l'estate schiaccia la primavera
che sta per sparire, non appena
il fruttifero autunno ha prodotto i frutti, subito
ritorna l'inerte inverno.
Tuttavia le veloci fasi lunari riparano i danni celesti:
noi, quando scendiamo
là dove si trovano il padre Enea, il ricco Tullo e Anco,
siamo polvere ed ombra.
Chi lo sa se gli dei celesti aggiungono del futuro
all'attuale somma dei giorni?
Tutte le cose che ti sarai concesso sfuggiranno
alle avide mani di un erede.
Quando sarai morto per sempre e Minosse avrà espresso
uno splendido giudizio nei tuoi confronti,
né la tua stirpe, né la tua religione, o Torquato,
ti riporteranno in vita:
infatti Diana non libera dalle tenebre dell'inferno
il casto Ippolito,
e Teseo non riesce a rompere le catene del Lete
all'amico Piritoo.



ODE 8

(Se fossi ricco) O Censorino, donerei volentieri coppe e
graziosi bronzi ai miei amici,
donerei tripodi, premi dei valorosi Greci,
né tu riceveresti i doni peggiori,
se fossi ricco possessore delle opere d'arte
che Scopas o Parrasio hanno prodotto,
il primo abile nel raffigurare ora un uomo, ora un dio
nella pietra, il secondo nel farlo con colori liquidi.
Ma non ne ho né la possibilità, né il tuo patrimonio
o il tuo gusto è bisognoso di tali delizie:
godi delle poesie; posso donartele,
e dirtene anche il prezzo.
Non i marmi incisi con pubbliche epigrafi,
attraverso cui lo spirito vitale ritorna dopo la morte
dai valorosi condottieri, non le veloci fughe
e la minaccia di Annibale rimandata là da dove era venuta
di colui che tornò dall'Africa sottomessa
guadagnandone il soprannome, manifestano più chiaramente
le sue lodi di quanto non abbiano fatto le Muse calabre; né
se le carte tacessero le tue buone azioni,
potrai ottenere la dovuta ricompensa. Cosa ne sarebbe
del figlio di Ilia e di Marte, se l'avverso silenzio dei poeti
celasse i meriti di Romolo?
La virtù e il favore e la lingua dei potenti poeti
consacra alle Isole Fortunate Eaco rapito
dai flutti dello Stige.
La Musa impedisce che l'eroe degno di lode muoia:
la Musa lo rende felice tra i Celesti. Così Ercole pigro
prende parte al tanto desiderato banchetto di Giove,
i Dioscuri, famosa stella, salvano le navi squassate
dalle acque profonde,
Bacco porta a buon esito le preghiere degli uomini




ODE 15


Apollo rimproverò con la lira me che volevo
narrare i combattimenti e le città vinte,
perché non spiegassi le vele attraverso
il mare Tirreno. O Cesare, la tua epoca
ha restituito rigogliose messi nei campi,
ha restituito al nostro Giove le insegna rimosse
dalle porte dei tempi dei Parti che ne erano
orgogliosi, ha chiuso le porte di Giano Quirino
aperte per le guerre, ha frenato la dissolutezza
che aveva oltrepassato i limiti del giusto
ordine, ha scacciato i vizi e ha ripreso
le antiche norme di buona condotta,
attraverso le quali il popolo Latino e le forze
Italiche hanno accresciuto la fama e la maestà estesa
del dominio dall'occidente al luogo
dove il sole sorge.
Fino a quando Cesare sarà il custode dello Stato
non vi sarà la follia civile, o la violenza che scaccia
la tranquillità, né l'ira, che affila le spade
e rende nemiche le povere città.
Coloro che si abbeverano nel profondo Danubio
non infrangono le leggi Giulie, né lo fanno i Geti,
i Seri e gli insidiosi Persiani, e i nati
presso il fiume Don.
E noi, sia nei giorni lavorativi che in quelli festivi,
fra i doni dell'allegro Libero
con la prole e le nostre mogli,
secondo i dovuti riti prima pregati,
cantiamo con un canto accompagnato dai flauti Lidii
i comandanti che furono seguaci della virtù e dei
costumi dei padri, Troia, Anchise e
la progenie di Venere donatrice di vita.





                                                                                                          CARPE DIEM

Tu non domandare - è un male saperlo -
quale sia l'ultimo giorno che gli dei, Leuconoe,
hanno dato a te ed a me,
e non tentare gli oroscopi di Babilonia.
Quanto è meglio accettare qualunque cosa verrà !
Sia che sia questo inverno -
che ora stanca il mare Tirreno sulle opposte scogliere -
 l'ultimo che Giove ti ha concesso,
sia che te ne abbia concessi ancora parecchi,
 sii saggia, filtra il vino e taglia speranze eccessive,
 perché breve è il cammino che ci viene concesso.
Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso :
cogli il giorno, fidandoti il meno possibile del domani