EDGARD ALLAN POE
 
Boston1809  -– Baltimora1849


     


UN SOGNO DENTRO UN SOGNO

Questo mio bacio accogli sulla fronte!
E, da te ora separandomi,
lascia che io ti dica
che non sbagli se pensi
che furono un sogno i miei giorni;
e, tuttavia, se la speranza volò via
in una notte o in un giorno,
in una visione o in nient'altro,
è forse per questo meno svanita?
Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno.

Sto nel fragore
di un lido tormentato dalla risacca,
stringo in una mano
granelli di sabbia dorata.
Soltanto pochi! E pur come scivolano via,
per le mie dita, e ricadono sul mare!
Ed io piango - io piango!
O Dio! Non potrò trattenerli con una stretta più salda?
O Dio! Mai potrò salvarne
almeno uno, dall'onda spietata?
Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno?



ANNABEL LEE

Or son molti e molti anni
che in un regno in riva al mare
viveva una fanciulla che col nome
chiamerete Annabel Lee;
e viveva questa fanciulla con non altro pensiero
che d'amarmi e d'essere da me amata.

Io ero un bambino e lei una bambina,
in questo regno in riva al maroe:
ma ci amavamo d'un amore ch'era più che amore -
io e la mia Annabel Lee -
d'un amore che gli alati serafini in cielo
invidiavano a lei ed a me.

E fu per questo che - oh, molto tempo fa -
in questo regno in riva al mare
un vento soffiò da una nube, raggelando
la mia bella Annabel Lee;
così che vennero i suoi nobili parenti
e la portarono da me lontano,
per rinchiuderla in un sepolcro,
in questo regno in riva al mare.

Gli angeli, non si felici in cielo come noi,
a lei e a me portarono invidia -
oh sì! E fu per questo ( e tutti ben lo sanno
in questo regno in riva al mare)
che quel vento irruppe una notte dalla nube
raggelando e uccidendo la mia Annabel Lee.

Ma molto era più forte il nostro amore
che l'amor d'altri di noi più grandi -
che l'amor d'altri di noi più savi -
e né gli angeli lassù nel cielo
né i demoni dentro al profondo mare
mai potran separare la mia anima dall'anima
della bella Annabel Lee.

giacché mai raggia la luna che non mi porti sogni della bella Annabel Lee;
e mai stella si leva ch'io non senta i fulgenti occhi
della Bella Annabel Lee: -
e così, nelle notti, al fianco io giaccio
del mio amore - mio amore- mia fita e mia sposa,
nel suo sepolcro lì in riva al mare,
nella sua tomba in riva al risonante mare.




 A UNA IN PARADISO

Eri per me quel tutto, amore,
per cui di struggeva la mia anima -
una verde isola nel mare, amore,
una fonte limpida, un'ara
di magici frutti e fiori adornata:
e tutti erano miei quei fiori.

Ah, sogno splendido e breve!
Stella speranza, appena apparsa
e subito sopraffatta!
Una voce del Futuro mi grida
<<avanti, avanti>> - ma è sul Passato
(oscuro gurgite!) che la mia anima aleggia
tacita, immobile, sgomenta!

Perchè mai più oh mai più per me
risplenderà quella luce di Vita!
Mai più - mai più - mai più -
(è quel che il mare ripete
alle sabbie del lido) - mai più
rifiorirà un albero percosso dal fulmine,
né potrà più elevarsi un'aquila ferita.

Vivo, trasognato, giorni estatici,
e tutte le mie notturne visioni
mi riportano ai tuoi grigi occhi di luce,
a là dove tu stessa ti porti e risplendi,
oh, in quali eteree danze,
lungo rivi che scorrono perenni.




A FS -S.O - D.

Vorresti che ti si ami? E tu fa' che il tuo cuore
non si discosti dal sentiero di ora!
Essendo ogni cosa che ora tu sei,
non esser mai altro che non sei.
Così i tuoi cortesi modi di vita,
la tua grazia, la tua più che bellezza
saranno un tema d'elogio senza fine,
e l'amore - non altro che un puro dovere.     




LA CITTA' DEL MARE

Ecco! La Morte s'è innalzata un trono
In una strana città che giace solitaria
Laggiù lontano all'Ovest tenebroso,
Dovè il buono e il cattivo, il migliore e il peggiore
Hanno raggiunto la loro pace eterna.
Laggiù palazzi, torri e altari
(Torri rose dal tempo e non vacillano!)
A niente rassomigliano di nostro.
Dimenticate dal vento che si leva,
Sotto il cielo, rassegnate
Giacciono intorno le acque melanconiche.


Neppure un raggio
Dal cielo benedetto giù discende
Sulla lunga notte di quella città;
Ma una luce dal livido mare
Sulle torrette si spande silenziosa,
Sui pinnacoli scintilla di lontano,
Su cupole e guglie, su edifici regali,
Su templi e su mura, che pare Babilonia,
Su pergolati d'ombra ormai dimenticati
D'edere scolpite e fiori in pietra,
Sulle meraviglie d'infiniti altari

I cui fregi intrecciano a ghirlanda
La vite, la viola e la violetta.


Rassegnate sotto il cielo,
Giacciono le acque melanconiche.
Tanto si confondono qui ombre e torrette
Che tutto pare nell'aria esser sospeso,
Nella città da una superba torre intanto
Gigantesca la Morte guarda in basso.


Laggiù templi aperti e tombe spalancate
Sbadigliano a livello delle onde luminose;
Ma né la ricchezza che là giace
Negli occhi indiamantati d'ogni idolo,
Né i morti ingioiellati a festa
Smuoveranno le acque da quel letto;
Perché l'acqua non s'increspa
In questa landa di vetro desolata,
Nessun'onda racconta che venti
Percorrono mari lontani più felici,
Nessun flutto accenna che venti
Passarono mari di non così orrida calma.


Ma ecco c'è nell'aria un fremito!
L'onda; un movimento improvviso laggiù!
Quasi avessero le torri
Nel loro molle sprofondare smosso
La marea stagnante, quasi le cime avessero
Impresso stancamente un vuoto
Nella trasparenza immobile del Cielo.


Mandano ora le onde più rossastri bagliori,
Flebili respiri le ore,
Quando tra gemiti inumani, giù
S'installerà questa città, giù nel profondo
Da mille e mille troni risorgendo allora
L'Inferno a lei s'inchinerà davanti.



ELDORADO

Abbigliato gaiamente,
Un leggiadro cavaliere,
Con la luce e con le ombre,
Da gran tempo ormai viaggiava
E cantava una canzone,
Per cercare l'Eldorado.

Ma avvenne che invecchiava,
Un tal prode cavaliere,
E sul cuore un'ombra scese
Perché egli non trovava
Nessun luogo della terra
Che era come l'Eldorado.

E così quando alla fine
Gli mancarono le forze,
In un'ombra pellegrina
S'imbatté e le chiese: «Ombra
Dove mai si può trovare
Questa terra d'Eldorado?».

«Laggiù oltre le montagne
Della Luna, su cavalca
Per la valle delle Ombre,
Oh mio prode su cavalca»
«Se tu cerchi l'Eldorado!»





PER ANNIE


Grazie al Cielo! la crisi,
Il pericolo è passato,
E il male che si trascinava
Se n'è infine andato.
E la febbre chiamata «Vivere»
È infine sconfitta.


Miseramente lo so
D'esser privo di forze,
E di non muover più un muscolo
Mentre giaccio giù tutto disteso.
Ma che importa! mi sento
Di star meglio ormai.


E così composto riposo
Ora, nel letto,
Che chiunque mi veda potrebbe
lmmaginarmi morto.
Trasalire potrebbe al vedermi
Credendomi morto.
Gemiti e lamenti,
Singhiozzi e sospiri
Si son ora sopiti,
Con quell'orrendo palpitare
Del cuore: ah, quell'orrendo,
Orrendo palpitare!


Il malessere, la nausea,
il dolore spietato
Son cessati con la febbre
Che impazzire mi faceva il cervello.
Con la febbre chiamata «Vivere»
Che dentro mi bruciava il cervello.


Oh! Di tutte le torture
Questa, la peggiore, s'è attenuata.
La tortura tremenda della sete
Di un fiume di naftalina
D'una maledetta passione:
A un'acqua ho bevuto
Che spegne ogni sete:


A un'acqua che scorre leggera,
Con suono di cantilena,
Da una fonte sottoterra
Di pochi palmi appena:
Da una grotta non molto lontana
Laggiù sottoterra.


Ah! Che mai stoltamente si dica
Che la mia camera è tetra
E stretto il mio letto;
Perché mai uomo dormì
In un letto diverso.
E per dormire ci si deve assopire
Davvero in un letto così.


Il mio tormentato spirito
Qui mollemente riposa,
Scordando, o mai rimpiangendo
Le rose,
L'antico agitarsi
Per i mirti e le rose:


Perché, mentre così quietamente
Lui giace, s'immagina attorno
Un odore più sacro, di viole,
Un odore di rosmarino a viole
Confuso, a rota ;
E alle belle violette puritane.


Così giace felice,
Immerso nel gran sogno
Della fedeltà e della bellezza
Di Annie, sommerso .
Da una cascata di trecce di Annie.


Teneramente lei mi baciò,
Mi accarezzò con passione,
E allora dolcemente io caddi
Addormentato sul suo petto;
Sprofondai nel sonno
Sul suo petto celestiale.

Quando la luce svanì,
Lei mi avvolse col suo calore,
E pregò gli angeli
Di preservarmi dal male,
La regina degli angeli
Di proteggermi dal male.


E così composto io giaccio
Ora nel letto,
(Sapendo che m'ama)
Che mi s'immagina morto,
E così in pace riposo,
Ora nel letto,
(Col suo amore nel petto)
Che mi s'immagina morto,
Che nel guardarmi si prova un brivido
Credendomi morto:


Ma ben più risplende il mio cuore
Delle infinite stelle del cielo,
Perché si illumina d'Annie,
Sfolgora alla luce dell'amore
Della mia Annie:
Al pensiero della luce
Degli occhi della mia Annie.




A MIA MADRE

Perché io sento che lassù nel Cielo,
L'un l'altro bisbigliando gli angeli,
Tra le loro ardenti parole d'amore, non possono
Una più sacra di «Madre» trovarne,
Da tempo con questo caro nome ti ho chiamato,
Tu che sei per me più d'una madre,
E occupi il cuore del mio cuore,
Là dove te la Morte ha collocato
Sciogliendo lo spirito della mia Virginia.
Mia madre, la mia vera madre che ben presto morì,
Altro a me hon fu che madre; tu invece
Madre sei di chi tanto teneramente amai,
E più di quella madre mi sei cara
Per quell'infinito che rendeva
La mia sposa all' anima più cara
Ben più che all'anima la sua stessa vita.





TERRA DI SOGNO

Per un cammino oscuro e solitario,
Infestato soltanto da angeli del male,
Dove un Idolo che Notte è chiamato,
Regna impettito sopra un trono nero,
A queste terre son giunto or non è molto
Da un'estrema oscura Tule,
Da una selvaggia contrada fatale
Che s'estende, sublime,
Fuori dal Tempo, fuori dallo Spazio.

Fiumane sconfinate e sterminate valli,
Voragini, caverne e boschi di Titani
E forme che nessuno può scoprire
Per le gocce che grondano dovunque;
Monti in perpetuo vacillanti
Su mari senza sponda; anelanti
Mari che senza tregua s'inarcano
Contro cieli di fuoco;
Laghi che senza fine spargono
Le acque solitarie, solitarie e smorte,
Le acque immobili, gelide e immobili
Tra le nevi dei gigli oscillanti.

Presso laghi che spargono così
le acque solitarie, solitarie e smorte,
Le acque meste, gelide e meste
Tra le nevi dei gigli oscillanti,
Presso i monti, vicino al fiume
Che mormora piano, che mormora in eterno
Presso i boschi plumbei, presso lo stagno,
Dove regnano rospi e salamandre,
Presso i lugubri acquitrini e le paludi
Dove hanno i Vampiri la dimora,
In ogni angolo più maledetto

In ogni più tristo recesso,
Là incontra il viandante, sgomento,
Memorie del Passato a lutto,
Forme che avvolte nel loro sudario
Trasalgono e gemono
Come passano accanto al pellegrino, ..
Forme ammantate di bianco d'amici
Resi, tra pena e tormento, da tempo
Alla Terra, ed al Cielo.

Per il cuore ch'è colmo d'affanni
È placida e quie.ta questa regione.
Per lo spirito che va nella tenebra
Oh è certo un Eldorado!
Ma il viandante che l'attraversa
Non osa, non può guardarla davvero;
I suoi misteri non sono svelati
Ai deboli occhi umani ancor non chiusi;
Vuole così il suo Re, che ha proibito

Di sollevare le palpebre e le ciglia;
Cosli' Anima mesta che qui passa
Da offuscati vetri soltanto lo contempla.

Per un cammino oscuro e solitario,
Infestato soltanto da angeli del male,
Dove un Idolo che NOTTE è chiamato;
Regna impettito sopra un trono nero,
Ho vagato or non è molto
Prima di tornare :
Da questa estrema oscura Tule.




BALLATA NUZIALE

Al mio dito c'è l'anello,
La ghirlanda è sulla fronte;
Sete e splendidi gioielli
Posso chieder quando voglio,
E io son felice ora.

E ben m'ama il mio signore;
Ma sentii gonfiarmi il cuore
Al sussurro del suo voto,
Come funebre rintocco
Risuonò la sua parola
E la voce parve quella di chi cadde
Combattendo giù nel fondo della valle
E che è felice ora.

Mi parlò per consolarmi,
Mi baciò la bianca fronte,
Mentre ero trasportata
Da un delirio tra i sepolcri
E a lui, a me di fronte (che scambiavo
Per il morto D'Elormie)
Così dissi sospirando:
«Oh, io son felice ora!».

E furon dette le parole,
E fu prestata la promessa
E anche se ho mancato al voto,
Se anche a me è mancato il cuore,
C'è un anello qui che prova
Che io son felice ora!
Guarda dunque l'aurea prova
che dimostra come son felice ora!
Voglia Dio che io mi svegli!
Ch'io non so quello che sogno,
La mia anima è turbata dalla pena
Per paura che si compia' un tristo passo,
Per paura che quel morto abbandonato
Non sia felice ora.






IL CORVO

Era una cupa mezzanotte e mentre stanco meditavo
Su bizzarri volumi di un sapere remoto,
Mentre, il capo reclino, mi ero quasi assopito,
D'improvviso udii bussare leggermente alla porta.
C'è qualcuno mi dissi che bussa alla mia porta
Solo questo e nulla più.

Ah, ricordo chiaramente quel dicembre desolato,
Dalle braci morenti scorgevo i fantasmi al suolo.
Bramavo il giorno e invano domandavo ai miei libri
Un sollievo al dolore per la perduta Lenore,
La rara radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Lenore
E che nessuno, qui, chiamerà mai più.

E al serico, triste, incerto fruscio delle purpuree tende
Rabbrividivo, colmo di assurdi tenori inauditi,
Ebbene ripetessi, per acquietare i battiti del cuore:
È qualcuno alla porta, che chiede di entrare,
Qualcuno attardato, che mi chiede di entrare.
Ecco: è questo e nulla più

Poi mi feci coraggio e senza più esitare
Signore, dissi o Signora, vi prego, perdonatemi,
Ma ero un po' assopito ed il vostro lieve tocco,
Il vostro così debole bussare mi ha fatto dubitare
Di avervi veramente udito. Qui spalancai la porta:
C'erano solo tenebre e nulla più.

Nelle tenebre a lungo, gli occhi fissi in profondo,
Stupefatto, impaurito sognai sogni che mai
Si era osato sognare: ma nessuno violò
Quel silenzio e soltanto una voce, la mia,
Bisbigliò la parola Lenore e un eco rispose:
Lenore. Solo quello e nulla più.

Rientrai nella mia stanza, l'anima che bruciava.
Ma ben presto, di nuovo, si udì battere fuori,
E più forte di prima. Certo dissi è qualcosa
Proprio alla mia finestra: esplorerò il mistero,
Renderò pace al cuore, esplorerò il mistero.
Ma è solo il vento, nulla più.

Allora spalancai le imposte e sbattendo le ali
Entrò un Corvo maestoso dei santi tempi antichi
Che non fece un inchino, né si fermò un istante.
E con aria di dame o di gran gentiluomo
Si appollaiò su un busto di Palladie sulla porta
Si posò, si sedette, e nulla più.

Poi quell'uccello d'ebano, col suo austero decoro,
Indusse ad un sorriso le mie fantasie meste,
Benché dissi rasata sia la tua cresta, un vile
Non sei, orrido, antico Corvo venuto da notturne rive.
Qual è il tuo nome nobile sulle plutonie rive?
Disse il Corvo: Mai più.

Ma quel Corvo posato solitario sul placido busto,
Come se tutta l'anima versasse in quelle parole,
Altro non disse, immobile, senza agitare piuma,
Finché non mormorai: Altri amici di già sono volati via:
Lui se ne andrà domani, volando con le mie speranze
Allora disse il Corvo: Mai più.

Trasalii al silenzio interrotto da un dire tanto esatto,
Parole mi dissi che sono la sua scorta sottratta
A un padrone braccato dal Disastro, perseguitato
Finché un solo ritornello non ebbe i suoi canti,
Un ritornello cupo, i canti funebri della sua Speranza:
Mai, mai più.

Rasserenando ancora il Corvo le mie fantasie,
Sospinsi verso di lui, verso quel busto e la porta,
Una poltrona dove affondai tra fantasie diverse,
Pensando cosa mai l'infausto uccello del tempo antico.

Cosa mai quel sinistro, infausto e torvo anomale antico
Potesse voler dire gracchiando Mai più.
Sedevo in congetture senza dire parola
All'uccello i cui occhi di fuoco mi ardevano in cuore;
Cercavo di capire, chino il capo sul velluto
Dei cuscini dove assidua la lampada occhieggiava,
Sul viola del velluto dove la lampada luceva
E che purtroppo Lei non premerà mai più.


Parve più densa l'aria, profumata da un occulto
Turibolo, oscillato da leggeri serafini
Tintinnanti sul tappeto. Infelice esclamai Dio ti manda
Un nepente dagli angeli a lenire il ricordo di Lei,
Dunque bevilo e dimentica la perduta tua Lenore!
Disse il Corvo Mai più.

Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello
Tu sei o demonio, se il maligno io dissi ti manda
O la tempesta, desolato ma indomito su una deserta landa
Incantata, in questa casa inseguita dall'Orrore,
Io ti imploro, c'è un balsamo, dimmi, un balsamo in Galaad?
Disse il Corvo: Mai più.

Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello
Tu sei o demonio, per il Cielo che si china su noi,
Per il Dio che entrambi adoriamo, dì a quest'anima afflitta
Se nell'Eden lontano riavrà quella santa fanciulla,
La rara raggiante fanciulla che gli angeli chiamano Lenore.
Disse il Corvo: Mai più.

Siano queste parole d'addio alzandomi gridai
Uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta,
Alle plutonie rive e non lasciare una sola piuma in segno
Della tua menzogna. Intatta lascia la mia solitudine,
Togli il becco dal mio cuore e la tua figura dalla porta
Disse il Corvo: Mai più.

E quel Corvo senza un volo siede ancora, siede ancora
Sul pallido busto di Pallade sulla mia porta.
E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante
E la luce della lampada getta a terra la sua ombra.
E l'anima mia dall'ombra che galleggia sul pavimento
Non si solleverà Mai più mai più.