1

O Cirno, da me poeta sia posto un sigillo
a questi versi; e mai saranno di nascosto rubati,
ed essendovi del buono, nessuno li muterà in peggio.
Ognuno dirà: "Di Teognide il Megarese
son questi versi, famoso presso tutti gli uomini".
Ma a tutti i cittadini certo non posso piacere;
e non deve stupire, o Polipaide: neppure Zeus
piace a tutti quando piove, o quando trattiene la pioggia.
Spinto dall'affetto, ti insegnerò, o Cirno, quelle cose,
che dai buoni ho appreso, ancora ragazzo.
Sii accorto: da opere turpi ed ingiuste
non trarre onori, distinzioni, o ricchezze.
Questo dunque sappi: non devi frequentare gli uomini
cattivi, ma stare sempre con i buoni:
con essi mangia e bevi: siedi con essi,
e cerca di piacere a loro, che hanno grande potenza.
Dai buoni apprenderai precetti buoni; se ai cattivi
ti mescoli, perderai anche il buon senso che hai.
Appreso questo, frequenta i buoni, e potrai un giorno dire
che agli amici io do consigli retti.



 

 2

Questa città, o Cirno, è ancora la città, ma diversi
sono gli abitanti, una gente che prima né diritto né leggi conosceva,
ma attorno ai fianchi logorava pelli di capra,
e fuor delle mura, come cervi, pascolava.
Ora, sono loro i buoni, o Polipaide. E quelli che prima erano buoni
ora sono i cattivi. Chi può sopportare questo spettacolo?
S'ingannano l'un l'altro; tra loro si deridono,
non conoscendo né il bene né il male.
Di questi cittadini, non farti amico nessuno col cuore,
o Polipaide, per nessuna necessità.
A parole, mostra di essere amico a tutti,
ma non partecipare a nessuno nessuna faccenda
seria. Conoscerai l'animo di questi miserabili:
come nessuna lealtà abbiano nelle loro azioni;
come amino la frode, l'inganno e i raggiri,
uomini che mai più si salveranno.

 

 
 

3

Più di ogni cosa, la povertà soggioga l'uomo buono,
più della vecchiaia canuta, o Cimo, più della febbre.
Per fuggirla conviene gettarsi negli abissi del mare
profondo, o Cirno, giù da rupi scoscese.
Domato dalla povertà, nulla può l'uomo
né dire né fare: la sua lingua è legata.
Sulla terra e, ugualmente, sulla vasta distesa del mare
occorre, Cirno, cercare una liberazione dalla dura povertà.
Per un uomo povero, o amato Cirno, è meglio essere morto
che vivere consunto dalla dura povertà.

 
 

 

4

Montoni, asini e cavalli di qualità noi bramiamo,
o Cirno; e vogliamo destinare alla monta
quelli di razza pura. Ma un nobile non ha scrupoli
a sposare una plebea, di padre plebeo, se gli porta molto denaro;
né una signora ricusa di esser moglie di un plebeo
che sia ricco: alla nobiltà preferisce la ricchezza.
Pregiano solo i denari; e un nobile sposa la figlia di un plebeo,
e un plebeo la figlia di un nobile: così la ricchezza ha mischiato le stirpi.
Non ti meravigliare, dunque, o Polipaide, che la razza
dei cittadini si oscuri: il buono si mescola al cattivo.

 

 


 

5

Rivolgi a tutti gli amici, o cuore, un animo duttile,
adeguando il tuo umore a quello di ognuno.
Assumi la natura del polipo dalle molte pieghe,
che sembra a vedersi simile alla pietra cui aderisce.
Una volta, così assentisci; un'altra, divieni diverso di pelle:
l'abilità vale più dell'intransigenza.

 

 
 

 

6

Ti ho dato ali per volare sul mare sconfinato
e su tutta la terra, in alto librandoti
facilmente. Nei conviti e in tutti i banchetti sarai presente,
adagiato sulla bocca di molti.
Accompagnati da flauti dal suono acuto, uomini giovani
e decorosamente amabili canteranno te, con voce bella
e chiara. E quando, nei recessi dell'oscura terra,
verrai alle case molto lacrimate dell'Ade,
mai - neppure morto - perderai la fama, ma sarai a cuore
agli uomini, avendo sempre un nome indistruttibile,
Cirno, per la terra dell'Ellade e per le isole
aggirandoti, varcando lo sterile mare pescoso;
e non seduto sul dorso di cavalli, ma ti condurranno
gli splendidi doni delle Muse dalla corona di viole.
E per tutti quelli cui sta a cuore, anche tra i posteri,
tu sarai ugualmente motivo di canto, finché ci saranno la terra e il sole.
Ma io da te non ottengo rispetto, neppure poco;
con le parole tu mi inganni, come s'io fossi un bambino.

 


 

 

7

Giunsi una volta nella terra di Sicilia:
giunsi nella pianura dell'Eubea, ricca di viti;
e a Sparta, splendente città del fiume Eurota, che nutre canne.
Al mio arrivo, mi accoglievano tutti benevolmente,
ma nessuna gioia penetrò per questo nell'animo mio,
poiché nulla è più caro della propria patria.




 

 

8

Ho udito, o Polipaide, la voce dell'uccello dal grido
acuto, che ai mortali viene ad annunciare il tempo
dell'aratura; e mi ha fatto sobbalzare il nero cuore;
ché altri possiedono i miei campi fioriti,
e non per me trascinano i muli l'aratro ricurvo,
a causa dell'esilio...








MUSICA :PRELUDIO SENZA TASTI


   










































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