LIBRO PRIMO



COME CONTADINO


Altri accumuli ricchezze d'oro zecchino e
tenga a coltura molti iugeri di terra,
sì che un'angoscia continua l'assilli
per la presenza del nemico,
e gli squilli delle trombe di guerra gli tolgano il sonno.
Una vita tranquilla conceda invece a me la misura,
purché sul mio focolare splenda sempre una fiamma.

Come un contadino vorrei io stesso
piantare a tempo e luogo i tralci della vite
e con mano sapiente gli alberi da frutta,
senza che la speranza mi tradisca,
ma via via mi conceda covoni di grano
e vendemmie abbondanti che colmino i tini.
Non c'è tronco solitario nei campi
o pietra antica di trivio con ghirlande di fiori
ch'io non veneri, e qualunque frutto mi dona
la nuova stagione, come primizia
io l'offro alle divinità della campagna.
Appesa alla porta del tuo tempio, mia bionda Cerere,
sarà sempre una corona di spighe
raccolte nei miei campi e a guardia del frutteto
sarà posto un Priapo rosso fuoco,
che con la sua macabra falce atterrisca gli uccelli.
Anche voi, Lari, custodi di questo povero podere,
un tempo cosí ricco, prendetevi i doni
che vi sono dovuti. Allora una vitella
col suo sacrificio purificava
innumerevoli giovenchi, ora un'agnella
è l'umile vittima d'un fazzoletto di terra.
Cadrà dunque in vostro onore un'agnella
e intorno a lei griderà la gioventú di campagna:
'Salute a voi, dateci messi e vino buono'.

Potessi finalmente vivere
felice del poco che ho e non essere costretto
continuamente a viaggiare in terre lontane;
potessi evitare il sorgere della canicola estiva
all'ombra di un albero vicino a un rivolo d'acqua.
Non mi vergognerei d'impugnare a volte la vanga
o d'incitare col pungolo i buoi quando s'attardano;
non mi lamenterei di riportare a casa,
stretta al seno, un'agnella o il piccolo di una capretta
abbandonato dalla madre smemorata.

Ma voi, ladri e lupi, risparmiate il mio minuscolo gregge:
la preda va tolta a una mandria numerosa.
Qui ogni anno purifico i miei pastori
e aspergo di latte, perché si plachi, la dea Pale.
Assistetemi, dei, non disprezzate i doni
che a voi vengono da un povero desco
in disadorne stoviglie d'argilla.
D'argilla era la coppa che si foggiarono un tempo
i contadini, plasmandola con la molle creta.
Io non pretendo le ricchezze dei miei padri,
né i frutti che il raccolto procurava a quegli antichi:
mi basta poca roba e, se è possibile, dormire
nel mio letto, ritemprando le membra
sul solito guanciale. Che gioia ascoltare,
coricato, i venti che infuriano e teneramente
stringersi al petto l'amata o, quando d'inverno
lo scirocco rovescia la sua pioggia gelida,
abbandonarsi in pace al sonno,
mentre ti cullano le gocce!

Questo mi tocchi in sorte: è giusto che diventi ricco
chi sa sfidare la furia del mare
e la tristezza della pioggia.
Scompaiano tutto l'oro e gli smeraldi del mondo,
piuttosto che una fanciulla pianga per i miei viaggi.

In terra e in mare tu porti guerra, Messalla,
perché nella tua casa si mostrino le spoglie nemiche;
io qui sono avvinto dalle catene
d'una fanciulla seducente e siedo
come un portiere davanti alla sua porta sbarrata.

Io, mia Delia, non inseguo la gloria:
pur di restare con te non m'importa
che mi chiamino incapace e indolente.
Voglio specchiarmi in te quando verrà la morte
e in fin di vita tenerti con la mano che s'abbandona.
Mi piangerai, Delia, e composto sul letto del rogo
coi baci verserai lacrime amare.
Mi piangerai: il tuo petto non è cinto di ferro,
nel tuo tenero cuore non hai infissa una pietra.
Da quel funerale non ci saranno giovani,
né fanciulle che possano tornare a casa
senza lacrime agli occhi. E tu, mia Delia,
non contristare la mia ombra, abbi pietà:
non sciogliere i capelli, risparmia le tue morbide guance.

Intanto, finché il fato lo consente,
facciamo insieme l'amore: presto verrà la morte,
col capo coperto di tenebre, presto subentrerà
l'età dell'impotenza, e coi capelli bianchi
non sarà piú decoroso l'amore
o blandirsi a parole. Ora, ora è il tempo
di darci senza pensieri all'amore,
finché non è vergogna infrangere le porte
e dolce è intrecciare litigi. In questo campo
io sono condottiero e soldato valente;
voi, trombe e vessilli, sparite, via:
a chi ama l'avventura procurate ferite
e con queste la ricchezza. Io, spensierato,
col mio raccolto nel granaio,
riderò dei ricchi, riderò della fame.




LE CATENE DI VENERE


Versa vino schietto e col vino
scaccia i dolori che t'assalgono,
sì che premendo gli occhi di chi è stanco vinca il sonno:
nessuno svegli chi ha la mente stordita dal vino,
finché l'angoscia dell'amore non si plachi.

Alla mia fanciulla è stata imposta una custodia spietata
e con una spranga di ferro, impenetrabile,
è sbarrata la porta. Ti sferzi la pioggia,
porta d'un intrattabile padrone,
ti colpiscano i fulmini scagliati
per volere di Giove. Porta, porta,
sciogliti ai miei lamenti, apriti per me, per me solo,
e girando sui cardini furtiva
schiuditi senza far rumore;
se nella mia follia ti ho lanciato male parole,
perdonami: sul mio capo pregherò che ricadano.
Non puoi non ricordare tutto ciò
che supplicandoti ti dissi,
quando ai tuoi stipiti offrivo serti di fiori.

E anche tu, Delia, inganna senza timore i guardiani.
Osare si deve: Venere stessa aiuta chi ha coraggio.
Se un giovane tenta per primo una soglia, lei l'asseconda
e se una fanciulla coi denti di una chiave
socchiude la porta, è lei che le insegna
a strisciare furtiva dal morbido letto,
ad appoggiare il piede senza far rumore,
a scambiare davanti al suo uomo cenni eloquenti,
e a nascondere messaggi d'amore
in gesti convenuti. Ma non a tutti l'insegna:
solo a chi l'indolenza non l'attarda
o a chi il timore non gli vieta
di levarsi dal letto in una notte oscura.

Così per tutta la città
timoroso m'aggiro fra le tenebre
...
lei non permette che m'imbatta
in chi di ferro ferisca il mio corpo
o cerchi bottino rubandomi la veste.

Chi è in potere d'amore, in ogni luogo
può andarsene indenne e sicuro:
agguati non deve temere.
Non mi nuoce il freddo incombente
delle notti invernali e non la pioggia,
quando cade a rovesci: se Delia schiude la porta
e senza parlare mi chiama schioccando le dita,
non è, questa, fatica che mi pesa.
Fate finta di non vedermi,
uomini o donne, voi che m'incontrate:
Venere vuole celati i suoi amori furtivi.
Non spaventatemi col rumore dei vostri passi,
non chiedetemi il nome,
non avvicinate la luce ardente delle torce.
E se qualcuno per caso m'ha visto,
mantenga il segreto e per gli dei tutti
affermi di non ricordare:
facendone parola proverà
come Venere sia nata dal sangue
e dal mare impetuoso.

Tanto non potrà credergli
l'uomo che vive con te: cosí in verità
mi promise un'indovina coi suoi magici riti.
Dal cielo l'ho vista io trarre giú le stelle;
e può con gli incantesimi invertire
il corso rapido dei fiumi,
con la parola spaccare la terra,
evocare dai sepolcri le ombre,
strappare ai roghi fumanti le ossa;
ora con un sibilo magico
aduna le schiere infernali,
ora, aspergendole di latte,
al suo comando le disperde.

Quando vuole, spazza dal cielo imbronciato le nubi,
quando vuole, in piena estate fa scendere la neve.
Lei sola, dicono, possiede i filtri di Medea,
lei sola di Ècate sa domare i cani rabbiosi.
Le formule m'ha dettato con cui puoi allestire inganni:
pronunciale tre volte e tre volte sputa quando l'hai dette.
A nessuno che ci denunci potrà credere il tuo uomo,
no, nemmeno a sé stesso,
se insieme ci vedrà in un letto morbido.
Ma tu non andare con altri: lui vedrà ogni cosa;
solo se sei accanto a me non s'avvedrà di nulla.
'Devo crederlo?' Certo: lei stessa in grado si disse
con filtri e incanti di sciogliere il mio amore;
con le fiaccole m'ha purificato
e una vittima nera per gli dei della magia
cadde in una notte serena.
E pregavo non tanto che s'annullasse l'amore,
ma che mi fosse ricambiato:
fare a meno di te non vorrei esserne capace.

Fu di ferro chi, potendoti avere,
preferí, come uno stolto, inseguire prede e armi.
Davanti a sé spinga pure in catene
le schiere dei cilici e sulle terre conquistate
pianti le sue tende di guerra,
inforcando a briglia sciolta un cavallo
per farsi ammirare tutto vestito d'oro e argento.
Se invece io potessi, mia Delia,
con te aggiogare i buoi e pascere le greggi
sul monte che sai, e mi fosse consentito
tenerti con amore fra le braccia,
dolce sarebbe il mio sonno anche sulla nuda terra.
Che vale distendersi su un letto di porpora
senza un amore ricambiato,
quando viene la notte e una veglia di pianto?
Nemmeno piume o coperte a ricami,
nemmeno il mormorio d'un placido ruscello
potrebbero indurti a dormire.
Forse con parole di fuoco ho violato il nume di Venere
e ora la lingua sacrilega ne sconta la pena?
o mi si accusa d'essere entrato con empietà
nel tempio degli dei
e d'aver strappato corone ai sacri focolari?
Se io lo meritassi,
non esiterei a prosternarmi nei templi
e a imprimere di baci la soglia sacrata,
a trascinarmi supplicando per terra, in ginocchio,
e a percuotere in tormento col capo
la porta consacrata.

Ma tu, che lieto sorridi delle nostre sventure,
attento a te per il futuro:
non colpirà uno solo la divinità.
Chi irrideva gli amori infelici dei giovani,
l'ho visto, vecchio, piegare il collo alle catene di Venere,
ordire con voce tremante parole d'amore,
tentando con la mano
d'aggiustarsi i capelli bianchi;
non provava vergogna
d'attendere impalato davanti a una porta
o di fermare in mezzo al foro
l'ancella della donna amata.
Ragazzi e giovani gli si accalcano intorno
e ognuno sputa,
sputa nelle morbide pieghe della propria veste.

Fammi grazia, Venere: a te devota
è consacrata sempre la mia mente.
Perché, crudele, bruci le tue messi?




IN TERRE SCONOSCIUTE


Sull'onde dell'Egeo senza di me, Messalla,
voi ve ne andrete. Oh, se almeno tu e gli amici
vi ricordaste di me! Qui, tra i feaci, ammalato
mi trattiene una terra sconosciuta.
Allontana le tue avide mani,
morte tenebrosa; tienle lontane,
ti prego, nera morte. Qui non c'è mia madre,
che mesta nel grembo raccolga le ossa bruciate,
né mia sorella, che sulle ceneri sparga
profumi di Siria e con i capelli sciolti
pianga alle mie esequie. E neppure c'è Delia,
che prima di lasciarmi partire da Roma,
dicono che consultasse tutti gli dei.

Tre volte dalle mani di un ragazzo
estrasse a sorte i presagi e tre volte
quello le diede responsi innegabili:
tutti promettevano il mio ritorno,
ma lei non seppe trattenere il pianto,
guardando con ansia al mio viaggio.
Ed io, per tentare di consolarla,
quando avevo ormai predisposto tutto,
cercavo angosciato ogni motivo per ritardare,
adducendo a pretesto ora gli auspici,
ora i presagi infausti o infine che mi tratteneva
la maledizione del giorno di Saturno.
Quante volte, messomi in cammino, mi sono detto:
'Inciampare col piede sulla soglia
è certo un segnale di malaugurio!'
Nessuno mai tenti di allontanarsi,
contro la volontà di Amore, oppure sappia
che parte con la proibizione del dio.

Che mi giova, Delia, la tua Iside ora?
che mi giovano quei bronzi che tante volte
la tua mano ha agitato
o quel tuo purificarti nell'acqua,
seguendo piamente il rito,
quel tuo dormire da sola, ricordo,
in un letto illibato?
Ora, ora, dea, soccorrimi (che tu mi possa guarire
lo mostrano tutti gli ex voto dei tuoi templi);
in cambio la mia Delia, sciogliendo i suoi voti,
sederà vestita di lino
davanti all'ingresso sacrato
e, sciolti i capelli, due volte al giorno
canterà le tue lodi come ti è dovuto,
distinguendosi tra la folla degli egizi.
Invece a me spetterà venerare i Penati paterni
e ogni mese offrire l'incenso al Lare antico.

Com'era felice la vita sotto il regno di Saturno,
prima che la terra fosse aperta a viaggi lontani!
Sfidato ancora non aveva il pino
le onde azzurre del mare e offerto al vento
vele spiegate, né in cerca di lucro,
battendo terre sconosciute, un marinaio
aveva colmato la nave di merci straniere.
Mai in quel tempo un toro
sottomise al giogo la propria forza,
né un cavallo con la bocca domata morse il freno;
nessuna casa aveva porte e
non si piantavano pietre nei campi
per fissare confini invalicabili ai poderi.
Stillavano miele le querce
e spontaneamente le agnelle
gonfie di latte offrivano le poppe
alla gente serena.
Non c'era esercito, né rabbia, guerre
o un fabbro disumano
che con arte crudele foggiasse le spade.
Ora sotto la signoria di Giove
non vi sono che ferite ed eccidi,
ora il mare, ora le mille vie
d'una morte improvvisa.

Padre mio, risparmiami! Timorato come sono
non mi rimordono spergiuri
o empie parole contro la santità degli dei.
Se oggi ho compiuto gli anni assegnati dal fato,
concedi che sulle mie ossa
si erga una lapide con questo inciso:
'Qui giace, consunto da morte crudele, Tibullo,
mentre seguiva Messalla per terra e mare'.

Ma, poiché sempre m'arrendo alle carezze d'amore,
Venere in persona mi guiderà nei campi Elisi.
Qui regnano danze e canzoni,
intrecciando voli, gli uccelli
con voce acuta intonano i loro dolci gorgheggi;
il suolo incolto genera cannella
e per tutta la campagna la terra
a profusione fiorisce di rose profumate,
mentre schiere di giovani folleggiano
insieme a fanciulle in fiore e l'amore
accende continue battaglie.
Tutti quaggiú sono gli amanti
che la rapacità della morte raggiunse
e sui capelli lucenti recano corone di mirto.

La sede dei reprobi invece
giace nascosta nella profondità della notte
circondata dal cupo rumore dei fiumi;
scarmigliata v'imperversa Tisífone,
che per capelli ha feroci serpenti,
e la turba degli empi si disperde in ogni dove.
All'ingresso con le fauci di drago
nero sibila Cerbero,
che dinnanzi ai battenti di bronzo monta la guardia.
Nel vortice di una ruota laggiú
gira il corpo scellerato d'Issione,
che non si peritò d'insidiare Giunone;
e disteso su nove iugeri di terra
Tizio con le sue nere viscere
nutre gli uccelli che imperversano.
Laggiú è Tantalo e intorno ha uno stagno,
ma quando è sul punto di bere
l'acqua elude la sua sete pungente;
e la prole di Dànao,
che ha offeso le leggi di Venere,
porta in botti senza fondo le acque del Lete.

Laggiú, laggiú finisca
chi tentò di violare il mio amore,
augurandomi una milizia senza fine.
Ma tu conservati pura, ti prego,
e custode del tuo casto pudore,
ti sieda sempre vicino una vecchia premurosa,
che raccontandoti favole, alla luce della lucerna,
tragga dalla gonfia conocchia
l'interminabile suo filo,
finché accanto la giovane,
al suo compito faticoso intenta,
non sia vinta dal sonno a poco a poco
e lasci in terra cadere il lavoro.
A quel punto vorrei d'improvviso arrivare,
senza che prima nessuno mi annunci,
comparirti davanti come piovuto dal cielo.
A quel punto, cosí come sarai,
con i lunghi capelli scarmigliati,
a piedi scalzi corrimi incontro, mia Delia.
Questo io prego: che su cavalli dorati
splendente l'aurora mi porti
l'alba radiosa di un giorno cosí.




IL FUOCO DI MARATO


'T'auguro, Priapo, di stare sotto una pergola ombrosa,
perché sole e neve non t'affliggono il capo.
Qual è l'abilità che hai nel sedurre i giovani in fiore?
Certo, non hai barba che splenda, capelli curati;
nudo te ne stai nel freddo della bruma invernale,
nudo nella siccità della canicola estiva.'

Così gli dissi; e il figlio di Bacco, rustico nume
armato della sua falce ricurva, cosí mi rispose:

'Mai, non affidarti mai alla sensibilità dei giovani:
hanno sempre una scusa che giustifica l'amore.
Questo piace perché serrando le brighe frena il cavallo,
questo perché col petto di neve fende le onde tranquille,
questo ti prende perché come un prode dà prova d'audacia;
quello, invece, perché sulle sue guance morbide
ha diffuso un pudore verginale.
Ma tu non infastidirti se accade
che all'inizio si neghi: a poco a poco
offrirà lui stesso a giogo il suo collo.
Tempo occorre che i leoni imparino i comandi dell'uomo,
tempo occorre che le gocce d'acqua corrodano le pietre;
un anno su colline assolate l'uva matura,,
un anno con alternanza immutata
riporta le stelle lucenti.
Non temere di fare giuramenti:
il vento disperde gli spergiuri di Venere
per le terre e sul mare, rendendoli vani.
Grazie infinite a Giove! Il Padre stesso
decretò che non avesse valore il giuramento
pronunciato con passione da un insensato amante;
impunemente ti consente di giurare Diana
per le sue frecce e Minerva per le sue chiome.
Ma fallirai se agirai con lentezza:
passerà il tempo, e quanto presto!
Il giorno non indugia e non ritorna.
Quanto presto perde la terra i colori di porpora,
quanto presto il pioppo svettante le sue belle chiome!
Come giace il cavallo, che fuori dal recinto di Elea
un tempo si lanciava, quando viene
il fato della malferma vecchiaia.
Ho visto gente, ormai sotto il peso degli anni,
dolersi d'avere in gioventú con stoltezza
bruciato i propri giorni. O dei spietati!
Cambiando pelle il serpente si spoglia dei suoi anni,
ma alla bellezza i fati nessuna durata hanno concesso.
Solo a Bacco e Febo fu data eterna giovinezza
e solo a loro si addicono capelli folti e fluenti.

Tu, qualunque capriccio verrà in mente al tuo ragazzo,
cedi: con l'arrendevolezza
amore vincerà infiniti ostacoli.
Non rifiutare d'essergli compagno
per quanto sia lunga la strada
e l'arsura dell'estate bruci i campi di sete;
per quanto, orlando il cielo d'un tratto di porpora,
l'arcobaleno, che l'annuncia,
ammanti la pioggia imminente.
Se vorrà andare in barca sull'azzurro delle onde,
tu stesso coi remi spingi sull'acqua quel legno leggero.
Non lamentarti di subire fatiche inumane
o di logorarti le mani in lavori non tuoi;
se intende cingere di reti il fondo della valle,
pur di piacergli, non negarti di portarle in spalla.
Se preferisce la scherma, battiti con mano leggera,
offrendogli, perché vinca, il fianco scoperto.
Sarà remissivo allora con te
e potrai strappargli baci d'amore:
resisterà, ma poi te li darà come tu vuoi.
Prima dovrai carpirglieli, ma se lo preghi,
te li offrirà lui stesso e infine
vorrà cingerti il collo con le braccia.
Ahimè! questa generazione d'oggi
non ha riguardo alcuno per l'arte d'amare:
già in tenera età questi giovani
si sono abituati a chiedere regali.
Ma a te, che per primo insegnasti a vendere l'amore,
chiunque tu sia, sciagurato,
una pietra tombale pesi sulle ossa.

Amate le Pièridi, ragazzi, l'afflato dei poeti,
e sulle Pièridi non prevalgano i doni d'oro.
Grazie alla poesia, di porpora è la chioma di Niso;
se poesia non ci fosse,
non brillerebbe l'avorio sulla spalla di Pèlope.
Chi è celebrato dalle Muse
vivrà finché saranno querce sulla terra,
stelle in cielo e acque nei fiumi.
Ma chi non ascolta le Muse e commercia l'amore,
dovrà seguire sull'Ida il carro di Opi,
riparare nei suoi vagabondaggi in trecento città
e recidersi il membro disprezzato
al ritmo del flauto di Frigia.
Venere stessa vuole che alle carezze si ceda,
accordando favore alle suppliche di chi si lamenta
e al pianto degli sventurati'.

Questo mi disse il dio, perché lo ripetessi a Tizio,
ma a lui la moglie impedisce di ricordarsene.
E Tizio le obbedisca! Ma come maestro
celebratemi voi, voi che uno scaltro giovinetto
maltratta continuamente con le sue arti.
A ciascuno la sua gloria; vengano a consultarmi
gli amanti respinti: per tutti è aperta la mia porta.
Tempo verrà, che una schiera attenta di giovani
mi seguirà, quando, ormai vecchio,
impartirò i precetti dell'amore.

Ahimè! di quale lento fuoco mi tortura Màrato!
Mi mancano le arti, mi mancano gli inganni.
Pietà, ragazzo, ti prego: che io con vergogna
non diventi la favola di tutti,
quando del mio sterile magistero rideranno.




L'AMORE PERDUTO


Furioso, questo ero: mi dicevo
che bene avrei sopportato il distacco,
ma ora lontano è da me il vanto d'avere coraggio:
sto girando come una trottola,
mossa sul selciato a colpi di frusta,
che un fanciullo nel vortice sospinge
con la destrezza che gli è nota.

Brucialo questo ribelle, torturalo,
che in futuro non possa piú vantarsi;
doma questo suo squallido linguaggio.

Ma tu non infierire, te ne prego,
per il patto segreto che ci uní a letto,
per Venere e le nostre teste posate vicine.
Sono io che, quando giacevi
colpita da un male crudele,
con i miei voti, è risaputo,
ti ho strappata alla morte;
sono io che, bruciando intorno a te
zolfo vergine, ti ho purificata,
dopo che la vecchia aveva intonato
le sue formule magiche;
sono io che da te le visioni funeste
ho rimosso, perché non ti nuocessero,
scongiurandole tre volte col farro consacrato;
sono io che con la tunica sciolta
e vestito di lino
ho nel silenzio della notte
offerto a Trivia nove voti.
E tutti li ho sciolti, ma un altro
ora si gode il tuo amore,
giovandosi felice delle mie preghiere.

Come un pazzo sognavo per me una vita felice,
se tu fossi guarita, ma un dio si opponeva.
'Lavorerò in campagna e accanto a me
sarà la mia Delia a custodire le biade,
mentre sull'aia al calore del sole
si trebbieranno le messi, o sorveglierà
nei tini ricolmi la mia vendemmia
e lo spumeggiare del mosto
spremuto dal ritmo dei piedi;
si abituerà a contare le mie greggi;
e lo stesso schiavetto impertinente
si abituerà a giocare in grembo
ad una padrona che l'ama.
E lei imparerà ad offrire
agli dèi dei contadini i grappoli per la vite,
le spighe per la messe, il cibo per il gregge;
e comanderà su tutti, si curerà di tutto,
mentre in tutta la casa
felice sarò io di non contar piú nulla.
Qui verrà il mio Messalla e per lui Delia
dalle piante migliori raccoglierà la frutta matura;
e piena di rispetto per un uomo cosí illustre,
se ne occuperà con premura,
gli preparerà un banchetto e lo servirà lei stessa.'

Questi i miei sogni; ma ora Euro e Noto
li disperdono tra i profumi dell'Armenia.

Spesso ho tentato di cacciare gli affanni col vino,
ma il dolore m'ha mutato ogni vino in pianto.
Spesso ho tenuto fra le braccia un'altra,
ma quando già ero vicino al piacere
Venere mi evocò l'amata abbandonandomi;
e quell'altra, staccandosi da me,
allora mi disse stregato:
anche se si vergogna, racconta che la mia donna
conosce pratiche indicibili.

No, non mi seduce con sortilegi,
ma col suo viso, con le sue tenere braccia
la mia donna mi strega, con i suoi capelli biondi.
Così un giorno Teti, nereide azzurra,
su un pesce imbrigliato fu trasportata
verso Peleo, re dell'Emonia.

Questo il mio male. Se un amante ricco sta con lei,
a mia rovina venne un'astuta mezzana:
come vorrei che si cibasse di carne squartata
e con la bocca imbrattata di sangue
vuotasse colmi di fiele calici amari;
che intorno le volassero le anime
che piangono il loro destino,
mentre sul tetto senza posa
un gufo soffia la sua rabbia;
che, aizzata dai morsi della fame,
cercasse fra i sepolcri erbe e ossa
abbandonate dai lupi crudeli;
e che corresse ululando per tutta la città
con gli inguini scoperti,
inseguita da una muta di cani,
che implacabili la cacciano da un crocicchio all'altro.
Così avverrà: un dio me l'annunzia.
Ogni innamorato ha i suoi numi, e Venere,
se viene a torto abbandonata, non perdona.

Ma tu dimentica al piú presto
gli insegnamenti interessati di questa tua maga.
E forse con i doni che si guadagna l'amore?
Un amante povero sarà sempre ai tuoi comandi;
un amante povero sarà il primo a presentarsi
e starà instancabile al tuo giovane fianco;
un amante povero nella ressa della gente,
compagno fedele, ti darà il braccio aprendoti la strada;
un amante povero in casa di amici discreti
ti accompagnerà di nascosto
e dai piedi color di neve
egli stesso ti slaccerà i calzari.

Ahimè, inutilmente canto:
vinta dalle parole non si apre la porta:
a mani colme va bussata.
Ma tu, che oggi a me sei preferito,
trema per ciò che m'hai rubato:
in un solo giro di ruota, un attimo
e cambia la fortuna.
Non senza ragione già ora sulla soglia
s'arresta a curiosare un uomo,
lancia qualche sguardo e scompare,
finge d'andarsene oltre la casa,
ma subito torna sui passi, solitario,
e tossisce ogni volta davanti alla porta.
Non so cosa in segreto ti prepari Amore.
Dunque approfitta finché t'è concesso:
la barca galleggia in acque tranquille.




L'INFEDELTA' DI DELIA


Sempre, per ingannarmi,
mi mostri il volto sorridente, Amore;
poi, per mia sventura, diventi scontroso e severo.
Perché tanto crudele sei con me?
Torna forse a maggior vanto di un dio
tramare insidie a un uomo?

Mi si tendono lacci:
già di nascosto Delia, nel silenzio della notte,
con astuzia si scalda in seno non so quale amante.
Eppure lei quante volte lo nega;
non è facile crederle, perché anche al suo uomo
sul mio conto nega, continuamente nega.
Io stesso le ho insegnato, per sventura,
come si possa ingannare un guardiano.
Ed ora, ahimè, dalle mie arti sono avvinto.
Ora sa fingere pretesti
per dormire da sola,
e sa come far girare una porta
senza che cigolino i cardini;
allora io le ho dato estratti d'erbe
per cancellare i lividi
che, con il segno dei denti, il mutuo amore produce.

Ma tu, uomo incauto di quella fanciulla bugiarda,
bada anche a me, guarda che lei non commetta peccati:
evita che intrattenga giovani
conversando a lungo con loro,
che stia adagiata con la veste slacciata e il seno scoperto;
bada che non t'inganni con un cenno,
che intingendo un dito nel vino
non tracci segni sul piano del desco.
E stai all'erta ogni volta che esce,
anche se dice di voler assistere
ai riti in onore della dea Bona,
dove gli uomini non possono entrare.
Ma se tu l'affidassi a me,
sarei il solo a seguirla sino agli altari
e non avrei timore di perdere gli occhi.

Spesso fingendo d'esaminare gemme e sigillo,
con questo pretesto ricordo
d'averle toccato la mano;
spesso col vino puro t'ho piegato al sonno,
mentre io, per vincerti, bevevo sobriamente
bicchieri riempiti di nascosto con l'acqua.
Non ti ho offeso a cuor leggero: perdona a chi confessa;
Amore me l'ha imposto.
Chi combatterebbe contro gli dei?
Sono io (non mi vergogno piú d'ammettere il vero)
quello contro cui tutta la notte la tua cagna abbaiava.
Che bisogno hai d'una giovane compagna,
se non sai guardare i tuoi beni?
Non ha senso avere una chiave nella toppa.
Ti tiene fra le braccia, ma sospira altri amori lontani
e simula che all'improvviso le venga un cerchio alla testa.
E dammela in custodia:
io non rifiuto d'essere percosso a sangue,
io non ricuso le catene ai piedi.

Statemi lontani voi che con arte curate i capelli
e lasciate che fluente la toga
cada in una miriade di pieghe;
e chi ci viene incontro, se non vuol essere in colpa,
si fermi lontano, si fermi, lo prego, in un'altra strada.
Ordina cosí la divinità
e cosí con voce ispirata
la grande sacerdotessa m'ha divinato:
Quando l'impulso di Bellona la colpisce,
nel suo delirio non teme l'ardore della fiamma,
né i colpi della sferza;
lei stessa rabbiosa si ferisce le braccia
con la scure e senza soffrire
bagna col sangue che scorre la dea;
col fianco trafitto dal ferro resta salda in piedi,
in piedi ferita nel petto,
e predice gli eventi come la gran dea comanda:
'Non azzardatevi a violare una fanciulla
che Amore custodisce,
perché nel tempo per vostra disgrazia
non dobbiate dolervi di saperlo;
a chi la tocca le ricchezze si dilegueranno,
come il sangue dalle nostre ferite,
come questa cenere è dispersa dai venti'.

E a te, mia Delia, predisse non so quali castighi;
ma anche se commetti una colpa,
io la prego che abbia indulgenza.
No, non è per te che m'impietosisco:
mi commuove tua madre,
quella vecchia d'oro disarma la mia collera;
lei nelle tenebre a me ti conduce
e piena di paura, di nascosto,
ci congiunge senza una parola le mani;
lei m'attende la notte, immobile dietro la porta,
e quando m'avvicino,
di lontano riconosce il rumore dei miei passi.
Possa tu vivere a lungo, vecchina mia:
se ciò fosse possibile,
vorrei ai tuoi aggiungere i miei anni;
sempre t'amerò e per amor tuo amerò tua figlia:
faccia quel che faccia, è pur sempre sangue del tuo sangue.
Ma che sia casta, questo insegnale,
anche se un nastro non le ferma in un nodo i capelli
e lunga sino ai piedi non ha la sua stola.

Mi siano pure imposte le leggi piú dure:
ch'io non possa lodare donna,
senza che lei si avventi agli occhi miei;
e se crede ch'io l'abbia tradita, anche se innocente,
che sia preso per i capelli
e trascinato giú lungo le strade.
Non vorrei mai percuoterti,
ma se un tale furore m'assalisse,
il desiderio sarebbe di non avere mani.
Non essere però casta per timore di pene:
l'amore a tua volta ti conservi fedele
anche quando sono lontano.

La donna, che a nessuno fu fedele,
negli anni, spossata dalla vecchiaia,
ridotta in miseria, con la mano tremante
torce e ritorce i fili, annoda i licci
per ordire una tela tessuta a mercede,
carda e monda la lana di un vello color di neve.
Godono in cuore, osservandola, le schiere dei giovani:
'È giusto', commentano, 'che da vecchia
lei sopporti tanti malanni';
e mentre piange, dalla cima dell'Olimpo
altera Venere l'osserva
e le rammenta quanto sia severa con chi la tradisce.
Altri, altri colpiscano queste maledizioni:
noi siamo l'un l'altro esempio d'amore,
anche quando bianchi avremo i capelli.




A MESSALLA PER AUGURIO


Questo è il giorno che le Parche predissero,
filando gli stami del fato,
che nessun dio mai può recidere;
questo, che avrebbe sconfitto le genti d'Aquitania
e atterrito l'Àtace, vinto da un esercito di prodi.

Cosí è stato, e ancora una volta la gioventú romana
poté ammirare i trionfi e i condottieri nemici
con le braccia in catene,
mentre, tirato da cavalli scalpitanti,
un cocchio d'avorio ti portava, Messalla,
fregiato col lauro dei vincitori.
Non senza il mio braccio ti venne questo onore:
testimoni sono i Pirenei dei tarbelli
e il lido dei sàntoni che guarda l'Oceano;
testimoni la Saona e il rapido Rodano,
la vasta Garonna e la Loira,
onda azzurra del biondo càrnuto.

Dovrò dunque cantarti, Cidno,
che in silenzio dolcemente fluendo
serpeggi azzurro in un letto d'acque tranquille?
o dire a quali altezze i picchi del gelido Tauro,
che nutre gl'irsuti cilici,
tocchino le nubi del cielo?
Perché ricordare come la candida colomba,
sacra ai siri di Palestina,
volteggi intoccabile sulle città popolose?
o come Tiro, la prima città
che seppe affidare ai venti una nave,
dall'alto delle sue torri sorvegli
l'immensa distesa del mare?
o ancora come il Nilo diventi fecondo
gonfiandosi d'acqua in estate,
quando Sirio spacca i campi riarsi?

Per qual motivo e in quali terre,
padre Nilo, potrei mai dire
che nascondi le tue sorgenti?
Grazie a te non chiede mai pioggia la tua terra,
né l'erba inaridita l'invoca da Giove.
La gioventú straniera,
che piange il bue di Menfi,
ti celebra onorando il suo Osiride.

Osiride, che per primo con mano accorta
costruí un aratro e col ferro
arò le zolle della terra;
che a questa ancora vergine
per primo affidò le sementi,
cogliendo frutti da piante mai conosciute.
E che insegnò come legare ai pali i tralci della vite,
come sfrondarne con la lama del falcetto
l'esuberanza delle foglie.
A lui per primo, spremute a caso dai piedi,
le uve mature offrirono gradevoli sapori.
E quel liquore insegnò a modulare le voci nel canto,
a muovere le membra inesperte scandendo il ritmo;
e al cuore del contadino, spossato da grandi fatiche,
largí il vino l'evasione dalla tristezza:
anche se le caviglie
risuonano percosse da dure catene,
il vino dona pace ai mortali infelici.
Non ti si addice, Osiride,
la tristezza degli affanni e del pianto,
ma il canto, la danza e un amore spensierato,
e ancora i fiori variopinti,
la fronte incoronata di corimbi,
e un mantello giallo che cade su giovani piedi,
e vesti di Tiro e il suono dolce del flauto,
e canestri leggeri, che celano i simboli
di riti misteriosi.
Qui vieni e con cento scherzi, con danze
celebra il Genio e tutte di vino bagna le tempie.
Dai suoi capelli lucenti stillino aromi
e sulla testa, intorno al collo
indossi morbide corone.
Cosí vieni, dio del presente,
ch'io possa offrirti in onore l'incenso
e porgerti dolci focacce di miele mopsopio.

A te, invece, cresca una prole,
che estenda le imprese del padre,
e in venerazione ti faccia corona da vecchio.
Chi abita di Tuscolo la terra
e la candida Alba dell'antico Lare,
non ometta il ricordo della strada,
perché qui a tue spese
vengono stesi e pressati mucchi di ghiaia,
congiunte le selci a regola d'arte.
Canta le tue lodi il contadino, quando alla sera
torna dalla grande città,
riportando salvi i suoi piedi.

Ma tu, perché per anni innumerevoli
ti si possa celebrare, Genio natale,
torna a noi piú luminoso, piú luminoso sempre.




A FOLOE PER  MARATO


Non mi è possibile certo ignorare
cosa annuncino il cenno di un innamorato
o le parole sussurrate con voce suadente:
non dispongo d'oracoli o di viscere
che rivelino il volere divino;
neppure il canto degli uccelli
mi predice il futuro;
ma Venere stessa, legandomi le braccia
con nodi magici alla schiena,
a suon di frusta m'ha istruito.
E non far finta di nulla: spietata
la dea brucia di piú chi contro voglia
vede piegarsi ai suoi comandi.

Che ti giova ormai aver cura dei tuoi capelli sottili,
cambiare continuamente la loro acconciatura,
imbellettare le guance di rosso vivo,
farti tagliare le unghie
da chi per professione ha mano esperta?
Muti veste invano ormai, invano mantello,
invano stretti calzari comprimono i tuoi piedi.
Lei invece resta seducente,
anche se si presenta senza trucco in volto
o senza essersi acconciato il capo luminoso
con snervanti artifici.

Forse con incantesimi o con erbe,
che fanno impallidire,
ti ha stregato una vecchia
nel cuore silenzioso della notte?
Gli incantesimi al campo del vicino
sottraggono le biade;
gli incantesimi arrestano il cammino
del serpente irritato;
gli incantesimi tentano di trarre giú la luna
dal suo carro e ci riuscirebbero
se di colpi non tuonassero i bronzi.
Ma perché lagnarsi, se incantesimi o erbe
ti hanno per disgrazia nociuto?
A magici aiuti la beltà non ricorre:
ciò che ti nuoce è averne accarezzato il corpo,
averla baciata e baciata,
avere intrecciato alle sue gambe le tue.

Ma tu ricorda di non essere fredda con un ragazzo:
Venere infligge castighi a chi si mostra scontrosa.
E non chiedergli doni: questi deve offrirli
l'amante dai capelli bianchi
per scaldare il torpore del suo membro
contro un morbido seno.
Un giovane è piú prezioso dell'oro,
gli brilla liscio il volto
e una barba irsuta non offende l'amplesso.
Sotto le sue spalle ponigli le tue braccia splendide
e fa' che non esistano
le immense ricchezze dei re.
Trova Venere sempre il modo
che di nascosto il ragazzo giaccia con te
e, malgrado il timore, con ritmo incessante,
fecondi il tuo morbido grembo;
che anelando e tormentandoti con la lingua,
ti bagni di baci e sul collo
t'imprima il segno dei suoi morsi.

Non servono pietre preziose e gemme
a una donna che indifferente dorme sola
e di nessun uomo suscita il desiderio.
Troppo, troppo tardi si rimpiange l'amore,
troppo tardi la giovinezza,
quando la vecchiaia, guastandolo,
imbianca un volto segnato dagli anni.
Allora, allora si vorrebbe essere belli
e cambiare capigliatura,
perché, tinta col mallo verde della noce,
dissimuli i tuoi anni;
nasce allora la voglia di strappare
sin dalle radici i capelli bianchi
e di mostrare un volto nuovo
lisciandosi la pelle.

Ma tu, finché l'età della giovinezza fiorisce,
approfittane: senza indugi, di corsa sparisce;
e non affliggere Màrato: che gloria ti reca
l'avere vinto un giovane?
Sii dura con i vegliardi, fanciulla, e
risparmia questo virgulto, ti prego.
Non è una malattia pericolosa,
ma un amore straziante
la causa del pallore che gli sbianca il volto.
Quante volte, anche in tua assenza,
ti rivolge quel poveretto i suoi mesti sospiri,
e ogni cosa intorno a lui si bagna di lacrime.

'Perché mi disprezzi?' dice. 'I guardiani
potevamo eluderli: la divinità
a concesso agli amanti il dono dell'inganno.
Conosco l'amore furtivo:
so come si trattiene in un soffio il respiro,
so come si rubano i baci senza far rumore;
e sono in grado di strisciare
nel cuore della notte,
di aprire di nascosto e senza strepito una porta.
Ma queste astuzie che mi servono,
se spietata disprezza la fanciulla
l'innamorato infelice e fugge via dal suo letto?
E quand'anche promette
quella perfida subito m'inganna
e a vegliare sono costretto
fra interminabili tormenti;
qualunque cosa si muova, quando sogno che venga,
m'illudo che sia il rumore dei suoi passi.'

Smettila di piangere, ragazzo: lei non si piega;
e stanchi ormai di lacrimare
si gonfiano i tuoi occhi.
T'avverto, Fòloe: gli dei odiano i superbi e
non serve offrire incenso ai loro focolari.
Màrato, proprio Màrato
un tempo derideva gli innamorati infelici,
ignaro che la vendetta divina gli stava alle spalle.
Dicono anche che spesso ridesse
delle lacrime di chi si doleva
e che tenesse a bada chi l'amava,
inventando pretesti;
ora detesta ogni tipo d'orgoglio,
ora l'amareggia qualunque porta
che ostinatamente sprangata gli si opponga.
Ma un castigo t'attende:
se non la smetti di far la superba,
quanto, quanto vorrai con i tuoi voti
richiamare a te questo giorno!




IL TRADIMENTO DI MARATO


Se volevi tradire il mio amore infelice,
perché mai invocando gli dei giuravi,
per poi ingannarli di nascosto?
Infame! anche se sul momento
si può celare lo spergiuro,
alla fine il castigo arriva con passo felpato.

Fategli grazia, celesti: per una volta è giusto
che impunemente alla beltà sia lecito
offendere il vostro volere.
Per lucro il contadino aggioga i buoi
a un agevole aratro
e affretta il lavoro opprimente della terra;
per lucro attraverso le onde
navi malsicure in balia dei venti
da stelle fisse si fanno guidare;
e sedotto dai doni è il mio ragazzo.
Ma un dio quei doni li converta
in cenere e in acqua che scorre.
Tra breve me ne pagherà la pena:
la polvere gli toglierà bellezza,
al vento si scompiglierà la chioma,
al sole si bruceranno faccia e capelli,
un viaggio interminabile
gli logorerà i piedi troppo teneri.

Quante volte io l'ho ammonito:
'Non contaminare con l'oro la bellezza:
nell'oro si celano spesso molti mali.
Con chi, preso dalle ricchezze, ha tradito l'amore
Venere diventa ispida e ostile.
Marchiami prima col fuoco la fronte,
feriscimi di spada,
solcami la schiena a colpi di frusta;
se ti accingi a peccare,
non illuderti di rimanere nascosto:
v'è un dio che impedisce agli inganni
di restare celati.
Un dio che permette allo schiavo,
per legge tenuto al silenzio,
di parlare liberamente
nell'ebbrezza del vino;
un dio che fa parlare
chi è in preda al sonno e suo malgrado
gli fa dire fatti che avrebbe voluto celare'.
Questo gli dicevo: ora mi vergogno
di aver parlato fra le lacrime,
mi vergogno d'essergli caduto ai giovani piedi.

Allora mi giuravi
che mai, mai avresti venduto la tua fedeltà
per gemme o somme ingenti di denaro,
nemmeno se in compenso
t'avessero offerto le terre di Campania
o l'agro Falerno, prediletto da Bacco.
Con quelle parole m'avresti strappato di mente
che in cielo splendono le stelle,
che vivide sono le vie del fulmine.
Anzi piangevi; ed io, incapace d'inganni,
nella mia credulità, di continuo
ti tergevo le guance umide di pianto.

Che mai farei, se anche tu
non ti fossi innamorato di una fanciulla?
Mi auguro che, sul tuo esempio,
sia frivola anche lei.
Quante volte, perché nessuno
conoscesse i vostri segreti,
portandoti il lume, nel buio della notte
ti sono stato io stesso compagno!
Grazie a me, quando piú non lo speravi,
quante volte è venuta lei da te,
nascondendosi, col capo velato,
dietro i battenti della porta!
Allora, sventurato, mi sono perduto,
fidando ciecamente d'essere riamato:
davanti ai tuoi lacci, potevo almeno
usare cautela maggiore.
Invece, con la mente ottenebrata,
cantavo le sue lodi, e per me, per le Pièridi
ora provo vergogna.
Come vorrei che Vulcano bruciasse
nell'impeto della fiamma quei canti
e la corrente di un fiume li cancellasse.
Tu, che pensi di vendere la tua bellezza
e di ricavarne a piene mani un gran prezzo,
sta' lontano di qui.

E di te invece, che con doni
hai osato corrompere il ragazzo,
rida senza rischi tua moglie
tradendoti continuamente,
e dopo aver sfiancato un giovane
in amplessi furtivi,
giaccia spossata con te, ponendo tra voi la veste.
Sempre ci siano nel tuo letto
impronte di persone estranee
e resti sempre la tua casa
spalancata alle voglie altrui;
né si possa mai stabilire
se tua sorella in un delirio di lussuria
beva piú coppe o sfinisca piú maschi.
Si sa come spesso fra i brindisi
prolunghi i suoi banchetti finché il cocchio di Lucifero
levandosi non riconduce il giorno.
Nessun'altra meglio di lei
saprebbe trascorrere le sue notti
o variare in mille modi gli amplessi.

L'ha imparato tua moglie,
e tu, balordo come pochi,
neppure te ne accorgi,
quando con arte inconsueta eccita il tuo corpo.
Credi forse che per te si acconci la chioma,
che per te con pettine fitto
ravvii i suoi capelli sottili?

Forse è il tuo volto che la induce
a cingere d'oro le braccia,
a uscire avvolta in abiti di Tiro?
Non è certo per te, ma per un giovane
che vuole apparire graziosa,
un giovane per il quale manderebbe all'inferno
il patrimonio e la tua casa.
E non lo fa per vizio:
è il tuo corpo sformato dalla gotta,
è l'amplesso di un vecchio
che quella giovane raffinata rifugge.

Eppure è con lui che il mio ragazzo s'è steso:
di congiungersi con belve feroci,
di questo posso crederlo capace.
A un altro hai osato vendere carezze,
ch'erano mie, ad altri offrire,
insensato, i baci ch'erano miei.
E allora piangerai,
quando un altro giovinetto mi terrà avvinto
e regnerà superbo
su un regno ch'era tuo un tempo.
Gioia saranno allora per me le tue pene,
e appesa in onore dei meriti di Venere
una palma d'oro rammenterà la mia ventura:
'Questa palma Tibullo,
liberato da un amore bugiardo,
ti dedica, pregandoti, o dea, di gradirla'.




ALLA PACE IMMACOLATA


Chi per primo inventò l'orrore delle spade?
Feroce quell'uomo, veramente di ferro!
Cosí per il genere umano
ebbero inizio le stragi, ebbero inizio le guerre;
cosí si schiuse la strada piú breve
d'una morte violenta.

Ma forse non ha colpa quello sventurato:
noi, noi a nostro danno abbiamo volto
ciò che ci diede contro le belve feroci.
Colpa della ricchezza che dà l'oro:
quando davanti ai cibi
si alzavano tazze di faggio,
non esistevano le guerre.
Non c'erano rocche, non c'erano fossati
e tranquillo il pastore
prendeva sonno in mezzo alle pecore sparse.
Fossi vissuto allora, Valgio!
Non avrei maneggiato strumenti di morte,
non avrei col batticuore udito trombe di guerra.
Ora sono spinto a combattere
e forse già un nemico impugna il ferro
che si pianterà nel mio fianco.

Salvatemi voi, Lari dei miei padri,
voi che m'avete allevato quando bambino
correvo innanzi ai vostri piedi.
Non abbiate vergogna
d'essere scolpiti in un vecchio tronco:
cosí abitaste l'antica casa degli avi.
Meglio si osservava la fede,
quando in una piccola nicchia
con semplice rito s'alzava un dio di legno.
E lo si placava offrendogli vino,
ponendogli una corona di spighe
sul capo consacrato;
e v'era chi, esaudito il voto,
gli portava di persona focacce,
accompagnato alle spalle dalla figliola
con un favo intatto di miele.




TENETEMI LONTANE, O LARI, LE LANCE

sarà un porco, tolto da una stalla affollata,
la vittima della campagna.
Vestito di bianco la seguirò,
portando canestri cinti di mirto,
io stesso col capo cinto di mirto.
Possa cosí piacervi:
compiano altri imprese con le armi
e abbattano col favore di Marte
i condottieri del nemico,
perché mentre bevo mi possano narrare
le gesta di guerra compiute
e col vino disegnarmi sul desco
lo schieramento dei soldati.

Non è follia procurarsi con la guerra
l'orrore della morte?
Incombe, e con passi felpati giunge di nascosto.
Non ci sono messi sotterra,
né vigne coltivate,
ma Cerbero spietato
e l'infame nocchiero dello Stige;
là con le guance devastate e i capelli bruciati
una folla esangue erra in paludi tenebrose.
Meglio lodare chi, generati dei figli,
da una vecchiaia pigra è colto
nello spazio angusto di una capanna;
lui segue le sue pecore, il figlio gli agnelli,
e per la sua stanchezza
prepara acqua calda la moglie.
Cosí vorrei essere io!
che mi fosse concesso di sbiancare in capo
e di narrare in vecchiaia le imprese del passato.

Coltivi la Pace intanto i terreni:
immacolata la Pace per prima
indusse i buoi ad arare sotto l'arco del giogo;
nutrí le viti e conservò il mosto dell'uva,
perché l'anfora, riposta dal padre,
mescesse vino al figlio.
In tempo di pace brillano aratro e vomere,
mentre arrugginiscono nelle tenebre
le armi micidiali del crudele soldato.

Un poco ubriaco, dal bosco il contadino
a casa riporta sul carro moglie e figli.
Si accendono allora le battaglie d'amore,
e per i capelli strappati, per la porta infranta
si lamenta la donna;
piange per le sue tenere guance contuse;
ma anche lui, il vincitore, rimpiange
che, in un eccesso di follia,
tanto pesanti siano state le sue mani.
Provocante Amore porge ingiurie alla rissa
e indifferente siede tra i due contendenti.
Di pietra, di ferro è chi percuote la propria donna,
come se giú dal cielo tirasse gli dei.
Gli basti lacerarle addosso la veste sottile,
gli basti averle sciolto il nodo che orna i capelli,
gli basti averla spinta al pianto:
quattro volte beato l'uomo
per la cui ira può piangere una fanciulla innamorata!
Ma chi infurierà con le mani, porti scudo e pali
e viva lontano dalla tranquilla Venere.

Vieni, vieni a me, Pace della vita,
con in mano una spiga,
e innanzi il tuo candido grembo trabocchi di frutta.




LIBRO 2


I riti della campagna


Tutti i presenti osservino il silenzio.
Come prescrive il rito tramandatoci dagli avi,
purifichiamo biade e campi.
Vieni, Bacco: dalle tue corna penda
l'uva matura, e cinga Cerere
le sue tempie di spighe.
In questo giorno consacrato
riposi la terra, riposi il contadino
e, appeso il vomere, s'interrompa l'aspra fatica.
Sciogliete la cinghia dei gioghi:
ora con corone sul capo,
davanti a greppie ricolme devono stare i buoi.
Tutto si compia in onore del dio;
nessuna donna, ponendo mano ai pennecchi,
s'azzardi a filare la lana.
E voi pure invito a stare lontani:
non s'avvicini agli altari chi nella notte
da Venere ha tratto piacere.
La castità piace agli dei;
e dunque con vesti pure venite,
con mani pure attingete acqua di fonte.
Osservate come l'agnello consacrato
si avvii all'altare sfolgorante di luce,
seguito da una folla vestita di bianco e
con le chiome cinte d'olivo.
Noi, o divinità dei nostri padri,
purifichiamo i campi,
purifichiamo i contadini;
voi dal nostro suolo allontanate i malanni:
con erbe ingannatrici i campi
non rendano vane le messi
e non tema l'agnella che s'attarda
le scorrerie dei lupi.
Vestito a festa allora il contadino,
confidando nella prosperità dei campi,
getterà legna in quantità tra le spire del fuoco,
e una folla di schiavi,
chiaro sintomo di colono benestante,
si divertirà a erigervi innanzi
capanne con i ramoscelli.

Invoco solo ciò che può accadere:
non vedi come in viscere propizie
gli auspici delle fibre
rivelino il favore degli dei?
Portatemi ora un falerno affumicato
di un consolato antico
e stappate un orcio di Chio.
Si celebri col vino questo giorno:
non c'è da arrossire se in una festa
si è un poco brilli
e si muovono a fatica i piedi malfermi.
Cosí dica ognuno brindando:
'Alla salute di Messalla', e il nome dell'assente
risuoni in bocca a tutti.
Famoso per i trionfi sul popolo aquitano
e onore grande con le tue vittorie
di remoti antenati, vieni qui, Messalla,
e ispirami, mentre col canto
rendo grazie alle divinità contadine.

Io canto la campagna e di questa gli dei.
Sotto la loro guida
l'umanità smise di scacciare la fame
con le ghiande di quercia;
per primi ci insegnarono a connettere le travi
e a coprire col verde delle fronde
le nostre piccole capanne;
e si dice che sempre loro
insegnarono ai buoi come servire,
adattando sotto il carro le ruote.
Sparirono allora gli alimenti selvatici,
si piantarono gli alberi da frutta
e, bevendo acque d'irrigazione,
l'orto divenne fertile.

L'uva dorata allora, spremuta dai piedi,
ci donò il suo liquore
e per temperarlo, rendendolo garbato,
fu mescolata acqua al vino.
Messi ci porta la campagna,
quando d'anno in anno la terra
al calore dell'astro estivo
depone i suoi biondi capelli.
Nelle campagne a primavera
l'ape riempie leggera le celle di fiori,
per colmare instancabile
di miele dolcissimo i favi.
Spossato dalla continua aratura,
fu un contadino il primo
a cantare rozze parole su un ritmo fissato
e, dopo pranzo, a modulare
sulla canna secca una musica
da intonare in onore degli dei.
Fu un contadino tinto di rosso scarlatto
il primo, Bacco, a guidare le danze
con arte ancora incerta:
e gli fu assegnato, memorabile dono,
il duce irsuto del gregge, tratto da un ovile affollato,
un caprone che aveva guidato le pecore.
Nei campi di primavera un fanciullo
per la prima volta intrecciò una corona di fiori
e la pose sul capo degli antichi Lari;
nei campi la candida agnella
reca sul dorso un vello morbido,
che causerà fatica alle fanciulle delicate:
viene di qui il lavoro femminile,
di qui i pennecchi, le conocchie e il fuso
che, spinto dal pollice, avvolge il filo,
mentre, attendendo senza tregua
al lavoro di Minerva, una tessitrice canta
e, percosso di lato dal pettine, risuona il telaio.

Anche Cupido si dice che sia nato nei campi,
tra gli armenti e le cavalle ribelli;
qui, senza averlo mai usato prima,
si esercitò nell'arco: ahimè,
che mani abili possiede ormai!
Non colpisce, come un tempo, le greggi:
ora esulta nel trafiggere le fanciulle,
nel soggiogare l'audacia degli uomini;
spoglia il giovane del suo patrimonio,
costringe il vecchio a pronunciare,
sulla soglia di una donna adirata,
parole di cui vergognarsi.
Passando sui guardiani addormentati,
con la sua guida la fanciulla
da sola nelle tenebre
raggiunge di nascosto il suo ragazzo:
saggia coi piedi il cammino, in forse per il timore,
e con la mano in avanti esplora il cieco percorso.
Ah, misero chi questo dio feroce incalza!
Felice invece l'uomo,
cui soavemente spira sereno Amore.

Vieni, divino, al banchetto festivo,
ma deponi le frecce e lontano di qui
nascondi, ti prego, le tue fiaccole ardenti.
Celebrate col canto questo dio
e per il gregge invocatelo ad alta voce:
apertamente per il gregge,
in segreto ognuno per sé;
o apertamente anche per sé:
tanto la folla fra gli scherzi
e il curvo flauto di Frigia fanno fracasso.
Siate felici: ormai la Notte aggioga i suoi cavalli
e in un tripudio di danze le bionde stelle
seguono il cocchio della madre;
dietro in silenzio vengono,
avvolto di ali oscure, il Sonno
e con passo labile i Sogni tenebrosi.



A Cornuto per augurio


Si pronuncino parole d'augurio,
il dio dei natali s'avvicina all'altare:
uomini e donne, tacciano i presenti.
Per rito bruci sul fuoco l'incenso,
brucino i profumi che l'arabo squisito
manda dalle sue ricche terre.
Venga, venga il Genio a vedere la sua festa:
morbide corone gli ornino il capo consacrato,
stillino le sue tempie di nardo purissimo,
sazio sia di focacce e grondi vino.
E a te conceda, Cornuto, tutto ciò che gli chiedi.
Perché dunque indugi? Te lo concede: chiedi.

Gli chiederai, immagino, che sia fedele
l'amore di tua moglie;
ma penso che ormai gli dei l'abbiano capito.
Tu non le preferiresti certo le terre,
per quante sono, che nel mondo intero
contadini robusti arano a forza di buoi,
né tutte le gemme che felicemente nascono in India,
dove rosseggia l'onda del mare d'oriente.
Si perdono i tuoi voti: battendo le ali,
venga allora Amore e alla vostra unione
rechi vincoli d'oro, vincoli che sempre durino,
finché la vecchiaia col tempo
incida le rughe e imbianchi i capelli.
Torni a voi, vecchi, questo natalizio
e vi doni nipoti, cosí che ai tuoi piedi
giochi una schiera di bambini.



A Nèmesi, prigioniera in campagna


Campagne e ville, Cornuto, trattengono la donna mia.
Di ferro, ahimè, è chi resta in città.
Nella vastità dei campi ormai se n'è andata Venere
e Amore apprende il gergo degli agricoltori.
Oh, se solo vedessi la mia donna,
con che forza zapperei a colpi di marra
il suolo grasso di quei luoghi,
e come un contadino seguirei il curvo aratro,
mentre i buoi, per poterle seminare,
rivoltano le zolle.
Né mi lamenterei se il sole
mi bruciasse le membra gracili
o, rompendosi, una vescica
piagasse le mie mani delicate.
Anche il bell'Apollo pascolò i giovenchi di Admeto
e non gli servirono cetra o capelli fluenti,
né poté sanare l'affanno
con erbe curative:
l'amore aveva vinto ogni espediente d'arte medica.
Come sempre il dio in persona spingeva
fuori dalle stalle la mandria
...
e insegnava a mescolare il caglio col latte fresco
perché questo liquido mischiato si rapprendesse.
Allora con sottili vimini di giunco
fu intrecciato un canestro e nel reticolo
aperti stretti varchi al siero.
Quante volte, mentre portava nei campi il giovenco,
s'imbatté, dicono, nella sorella,
che per lui arrossiva di vergogna!
E quante volte, mentre cantava in fondo a una valle,
ebbero le giovenche con i muggiti l'ardire
d'interrompere i suoi canti ispirati!
Spesso in momenti d'incertezza
i condottieri interrogarono l'oracolo,
ma senza alcun responso
a casa dal tempio tornò la gente.
Spesso si dolse Latona che i suoi sacri capelli
diventassero ispidi,
quelli che la stessa matrigna
aveva in passato ammirati.
Chiunque avesse visto il suo capo disadorno
e i capelli arruffati si sarebbe chiesto
se mai quella era la chioma di Febo.
Dov'è, Febo, ora la tua Delo, la pitica Delfi?
È Amore, non c'è dubbio,
che ti costringe a vivere in una capanna angusta.
.Felice il tempo in cui, come si narra,
gli dei immortali non si vergognarono
senza celarsi di servire Venere!
Ora è la favola di tutti;
ma chi ha nel cuore una fanciulla
preferisce essere oggetto di favola,
che un dio senza amore.

Chiunque tu sia, che con fronte aggrottata
Cupido domina, poni il tuo campo in casa mia.
...
...
Questo secolo di ferro non loda Venere,
ma la preda, anche se è solo fonte di mali.
Per predare d'armi offensive
si cinsero le schiere in guerra:
di qui il sangue, di qui le stragi
e piú s'avvicinò la morte.
La preda spinse a moltiplicare i pericoli,
quando, andando per mare,
alle navi malsicure aggiunse i rostri di guerra.
Chi va per preda aspira a occupare
quante piú campagne è possibile,
perché su molti ettari
possano pascolare greggi sterminate;
va in cerca di marmi stranieri,
e con gran strepito per la città
le colonne gli vengono portate
a forza da mille coppie di buoi;
una diga gli sbarra la furia del mare,
perché nel bacino tranquillo il pesce
non soffra le minacce dell'inverno che è alle porte.
Allietino invece per lungo tempo i miei conviti
vasi di Samo e fragili terraglie
foggiate dalla ruota a Cuma.

Ahimè, lo vedo, alle donne piacciono i ricchi:
ben vengano allora le prede,
se è all'opulenza che Venere inclina,
perché nel lusso nuoti la mia Nèmesi
e lungo la città inceda
da tutti ammirata per i miei doni;
indossi vesti raffinate,
che a Coo una donna ha tessuto
ricamandole a fili d'oro;
abbia un corteo d'uomini bruni,
che l'India brucia e la vampa del sole,
avvicinando i suoi cavalli, annera;
e le offrano a gara i propri colori,
l'Africa lo scarlatto, la porpora Tiro.
Parlo di cose note: domina il suo cuore
proprio chi spesso fu costretto
a salire sul palco di schiavi stranieri
coi piedi segnati dal gesso.

Ma a te, che lontano dalla città
conduci la mia Nèmesi,
possa un raccolto maledetto,
tradendoti, non ripagare ciò che seminasti.
E tu, giovane Bacco, che a dimora
hai messo la ridente vite,
anche tu, Bacco, abbandona i suoi tini maledetti.
Lecito non è nascondere impunemente
le belle donne in una malinconica campagna:
non valgono tanto, padre mio, i tuoi mosti.
Al diavolo le messi,
purché le fanciulle non vivano in campagna;
ci nutra pure la ghianda e si beva,
secondo l'uso antico, solo acqua.

Di ghiande si nutrirono gli antichi,
che pure ovunque e sempre amarono:
che gli nocque non seminare i solchi?
Allora a chi spirava Amore, a tutti
Venere in una valle ombrosa
con dolcezza offriva il piacere:
non c'erano guardie, né porte
che sbarrassero il cammino agli afflitti;
se è mai possibile, vi prego,
tornate, costumi di un tempo.
...
...
coprano di pelliccia i corpi rudi.
Ora, se la mia donna è prigioniera,
se solo a volte mi è dato vederla,
misero me, che mai mi giova
portare una toga fluente?
Conducetemi da lei: ai suoi ordini,
agli ordini d'una padrona arerò i campi:
non mi sottraggo a catene e sferzate.



La cupidigia delle donne


Cosí mi vedo preparate schiavitú e padrona:
addio alla libertà dei miei padri, addio.
Triste è la schiavitú che mi si impone:
in catene sono tenuto,
e mai Amore a questo infelice allenta la stretta:
che me lo sia voluto o che sia caduto in errore,
brucia, e brucio io, io:
dura fanciulla, allontana le fiaccole!
Piuttosto che provare simili dolori,
io vorrei essere una pietra fra il gelo dei monti
o ergermi come uno scoglio,
esposto alla furia dei venti,
un naufrago battuto dall'onda del mare immenso.
Amaro ora è il giorno e piú amaro il buio della notte;
le tempie sono tutte madide di fiele;
e non mi giova l'elegia
o Apollo che ispira i miei canti:
con la mano tesa lei sempre mi chiede denaro.

Andatevene, Muse, se non giovate a chi ama:
non vi onoro perché ci siano guerre da cantare,
io non descrivo il cammino del sole
o come, colmato il suo disco,
la luna volti i cavalli e ritorni.
Coi carmi io cerco un modo facile
d'avvicinare la mia donna:
se questi non servono a nulla,
andatevene, Muse.
Per non giacere in lacrime
davanti a una porta sbarrata,
sono costretto a procurarmi doni
con delitti e omicidi;
oppure rapirò gli ex voto
appesi ai santuari degli dei;
ma prima d'ogni altro devo profanare Venere.
È lei che mi spinge al delitto,
che a una donna rapace mi consegna:
sia lei a sperimentare le mie mani sacrileghe.

Muoia chiunque raccoglie verdi smeraldi
e tinge il bianco vello delle pecore
con porpora di Tiro.
Nasce di qui nelle fanciulle
la brama di possedere vesti di Coo
e perle luminose del mar Rosso.
Ciò le ha rese cattive;
e per ciò la porta ha conosciuto la chiave
e un cane fu messo a custodire la soglia.
Ma se con te rechi molto denaro,
vinto è il custode, le chiavi piú non t'arrestano
e il cane stesso tace.
Ahimè, chiunque dei celesti
a una donna avida concesse bellezza,
quale bene congiunse a tanti mali!
Di qui viene il suono di pianti e risse;
questa è giusto la causa
che fece di Amore un dio cosí malfamato.

Ma a te, che respingi gli amanti privi di denaro,
vento e fuoco portino via
le ricchezze che ti sei procurate;
e i giovani contemplino felici
l'incendio che arde i tuoi averi,
senza che nessuno s'affretti
a gettare acqua sul fuoco.
E se ti coglierà la morte,
nessuno vi sarà che pianga
o che deponga offerte alle squallide esequie.
La donna invece che fu buona e niente ingorda,
anche se vivesse cent'anni,
sarà pianta davanti alle fiamme del rogo;
e qualcuno innanzi negli anni,
devoto alla passione antica,
deporrà ogni anno ghirlande sul tumulo eretto
e allontanandosi mormorerà:
'Riposa mi pace, serena, e sulle ossa tranquille
si posi leggera la terra'.

Ti predico il vero; ma il vero che mi giova?
Devo coltivare l'amore alle sue condizioni.
E se anche mi ordinasse
di vendere la casa dei miei avi,
inchinatevi, Lari, all'ingiunzione
e siate messi all'asta.
Quanti veleni ha Circe o quanti ne ha Medea,
quante erbe produce la terra dei tèssali
o quanto ippòmane stilla dall'inguine
di una cavalla in calore, quando alle mandrie
Venere, sfrenandole, infonde amore,
e mille altre erbe lei mescoli insieme,
purché mi guardi la mia Nèmesi
con volto sereno, tutto berrò.



A Febo, in onore di Messalino


Applaudi, Febo: entra nel tempio un nuovo sacerdote;
vieni, vieni qui con la cetra e con i canti.
Tocca col pollice, ti prego, le corde armoniose
e adatta le mie parole alle lodi.
Mentre si addobbano gli altari,
con le tempie cinte d'alloro trionfale,
vieni ai tuoi riti sacri.
Vieni splendente di bellezza:
indossa la veste riposta,
pettina ora con cura i lunghi capelli,
come ti ricordano quando,
scacciato il sovrano Saturno,
di Giove vincitore hai cantato le lodi.
Tu da lontano prevedi il futuro:
l'augure a te consacrato sa bene
quale destino predice l'uccello col suo canto;
tu scegli le sorti, e per tua ispirazione
l'aruspice prevede, quando un dio
nelle viscere viscide ha posto i presagi.
Da te guidata la Sibilla,
che in esametri rivela i fati nascosti,
mai ingannò i romani.
Lascia che Messalino tocchi, Febo,
le carte ispirate della sacerdotessa,
e su ciò che predice
istruiscilo tu stesso, ti prego.

Ad Enea diede responsi, come si narra,
poi che sulle spalle portò suo padre
e i Lari trafugati;
non prevedeva che sarebbe sorta Roma,
quando, afflitto, dal largo in mare
si volse a guardare Ilio e i suoi templi in fiamme.
Della città eterna,
che mai al suo fianco Remo avrebbe abitato,
Romolo non aveva ancora tracciato le mura;
sui pendii erbosi del Palatino
pascolavano allora le giovenche
e sull'acropoli di Giove
sorgevano basse capanne;
scolpiti in legno con un rustico scalpello,
Pan umido di latte e Pale
si riparavano all'ombra di un elce;
voto di un pastore errante, da un albero
pendeva una zampogna armonica,
consacrata al dio delle selve,
una zampogna formata da una fila di canne
via via decrescenti, ché alla piú corta
ognuna è unita con la cera.
E là dove si stende la regione del Velabro,
una barca minuscola,
battendole coi remi,
per acque basse se ne andava.
Con questa una fanciulla,
per donare piacere al ricco signore del gregge,
venne portata a quel giovane in un giorno di festa
e con lei tornarono i doni
di quella campagna feconda, il cacio
e il bianco agnello di una pecora color di neve.

'Infaticabile Enea, fratello di Amore alato,
che su navi in fuga trasporti gl'idoli di Troia,
Giove ormai ti assegna i terreni di Laurento,
una terra ospitale ormai
invita i tuoi Lari errabondi.
Là sarai consacrato,
quando l'onda venerabile del Numico
t'avrà assegnato al cielo,
dio della tua nazione.
Ecco, sulle navi stanche volteggia la vittoria,
la dea sdegnosa infine ritorna ai troiani;
ecco splendere il campo dei rútuli in fiamme:
ormai posso predirti la morte, barbaro Turno.
Davanti ai miei occhi sono le tende di Laurento,
le mura di Lavinio e Alba Longa,
fondata sotto la guida di Ascanio.

E vedo anche te, Ilia,
sacerdotessa destinata al piacere di Marte,
che abbandoni il fuoco di Vesta;
vedo il tuo amplesso furtivo, le bende sparse a terra
e, abbandonate sul lido, le armi del dio che smania.
Brucate, giovenchi, finché è possibile,
l'erba dei sette colli:
qui fra poco sarà il luogo d'una grande città.
Il tuo nome, Roma, è designato dal fato
a reggere il mondo, dove dal cielo
Cerere contempla i suoi campi,
dove si stende l'oriente e dove l'Oceano
nella corrente del suo fiume
bagna i cavalli anelanti del Sole.
Allora Troia si meraviglierà di sé stessa,
dicendo che per lei bene voi provvedeste
col vostro lungo viaggio.
È la verità: possa io sempre cibarmi,
senza danno, del sacro alloro
e mantenere in eterno la mia verginità.'

Questo predisse la sacerdotessa,
invocandoti, Febo, in suo aiuto
e scuotendo le chiome calate sul viso.

Tutto ciò che Amaltea ed Eròfile di Marpesso
predissero e ciò che annunziarono la greca Fito
ed i sacri responsi che la Tiburtina,
serrandoli al seno per non bagnarli,
portò attraverso le correnti dell'Aniene
...
...
Queste predissero
che sarebbe comparsa una cometa,
sinistro presagio di guerra,
che sulla terra sarebbe caduta
una fitta pioggia di pietre
e si narra che in cielo
s'udirono trombe e strepito d'armi,
che i boschi sacri presagirono disfatte;
un anno si vide persino il sole
perdere luce fra le nubi
e aggiogare cavalli diafani,
le statue degli dei versare calde lacrime
e i buoi parlare predicendo i fati.
Questo avvenne un tempo lontano.
Ora rasserenato, Apollo, sommergi i prodigi
sotto le onde sfrenate del mare;
e acceso sulle fiamme rituali
crepiti propizio l'alloro:
con questo augurio l'anno sarà fecondo e felice.

Quando l'alloro fornisce i giusti segnali,
rallegratevi, coloni: di spighe
Cerere renderà colmo il granaio,
e il contadino, spruzzato di mosto,
pigerà coi piedi l'uva, finché le botti
e i grandi tini non bastino piú;
e innaffiato di vino, canterà il pastore
le Palilie, che sono le sue feste:
via allora, lupi, allontanatevi dalle stalle.
Dopo aver bevuto, secondo il rito,
a mucchi di stoppie leggere darà fuoco
e d'un balzo attraverserà le fiamme consacrate.
La moglie gli darà figlioli, e il bimbo,
aggrappandosi alle orecchie del padre,
non farà che strappargli baci;
e non sarà di peso al nonno
vegliare il piccolo nipote,
balbettare da vecchio col bambino.
Allora i giovani, resi gli onori al dio,
si distenderanno sull'erba,
dove leggera cade l'ombra di un albero antico;
e con le loro vesti
drizzeranno una tenda, cingendola di ghirlande,
e anche la coppa sarà inghirlandata.
Ciascuno imbandirà le sue vivande,
inalzando con zolle le mense festive
e con zolle un giaciglio.
Qui un giovane, eccitato dal vino,
maledirà la sua fanciulla,
anche se subito dopo vorrebbe
che i suoi voti non avessero effetto:
tornato in sé, lui stesso,
ch'era in collera con l'amica, piangerà
e giurerà d'aver agito
con la mente annebbiata.

Con tua pace, Febo, perisca l'arco,
periscano le frecce, e sulla terra
s'aggiri Amore disarmato.
Arte buona: ma dopo che Cupido
s'appropriò delle armi, ahimè,
a quanti quest'arte ha procurato ferite!
A me soprattutto, che giaccio da un anno piagato,
alimentando la mia malattia,
tanto mi crogiolo in questo dolore,
e di continuo canto Nèmesi:
senza di lei non trovano i miei versi
parole e accenti giusti.

Ma ti avverto, fanciulla,
fammi grazia: il poeta è sacro,
lo difende la protezione degli dei,
perché io possa celebrare Messalino,
quando davanti al suo cocchio, come prede di guerra,
porterà con l'alloro in capo
le spoglie delle città conquistate;
e il soldato, cinto d'alloro agreste,
canterà a gran voce: 'Evviva, trionfo'.
Offra allora alla folla il mio Messalla
una prova d'affetto e applauda,
lui che gli è padre, al passaggio del cocchio.
Esaudiscimi, Febo:
possa tu serbare intonsi i capelli
e sempre casta rimanere tua sorella.



Preghiere e imprecazioni


Macro va militare: che ne sarà del tenero Amore?
Gli sarà compagno? gli porterà
con impegno le armi in spalla?
E se per lunga via di terra
o a errare per mare sarà sospinto,
vorrà al suo fianco seguire quell'uomo con le armi?
Fallo ardere, ti prego, fanciullo,
quell'insensato che ha abbandonato i tuoi ozi;
richiamalo sotto le tue insegne,
quel traditore.
Se farai grazia ai soldati, anch'io mi farò soldato,
e da solo mi porterò nell'elmo
l'acqua per dissetarmi.
Vado militare, addio Venere, addio fanciulle:
anch'io sono robusto,
anche per me è stata forgiata la tromba.
Mi glorio a parole, ma dopo essermi gloriato
con tanta enfasi,
una porta chiusa rende vane le mie bravate.
Quante volte ho giurato
di non tornare piú davanti a quella soglia!
Giuro, giuro, ma il piede da sé vi ritorna.
Ch'io possa vedere, Amore sfrenato,
spezzate le armi tue, le frecce,
e, se è possibile, spente le fiaccole!
Tu mi tormenti, infelice che sono;
tu mi costringi a imprecare contro me stesso
e a bestemmiare come un insensato.
Già da un pezzo avrei posto fine ai miei mali uccidendomi:
ma una speranza ingenua mi scalda la vita,
dicendomi sempre che sarà migliore il domani.

La speranza alimenta i contadini, la speranza
ai solchi arati affida le sementi,
perché il suolo le restituisca ad usura;
al laccio lei prende gli uccelli e con la canna i pesci,
quando il cibo in cima nasconde la punta dell'amo.
La speranza consola anche chi è avvinto in duri ceppi:
gli risuona il ferro alle gambe,
ma sul lavoro canta.
La speranza mi promette una Nèmesi arrendevole,
ma invece lei si nega: ahimè,
fanciulla spietata, non voler vincere una dea!

Risparmiami, ti prego,
per le ossa di tua sorella morta anzitempo:
riposi la piccola in pace
sotto la terra morbida;
lei mi è sacra: al suo sepolcro porterò offerte
e corone intrise delle mie lacrime;
accanto al suo tumulo mi rifugerò,
sedendo supplichevole, e col suo cenere muto
compiangerò il mio destino.
Lei non permetterà che il suo protetto
pianga di continuo per causa tua:
in nome suo ti proibisco
di mostrarti indifferente con me,
se non vuoi che i suoi Mani trascurati
ti mandino sogni terrificanti
e nel sonno non ti appaia davanti al letto
la sorella afflitta, com'era il giorno in cui,
precipitata dall'alto di una finestra,
sanguinante raggiunse gli stagni infernali.

Basta! Non voglio rinnovare alla mia donna
il suo acerbo dolore: non valgo tanto
da farla piangere anche una volta sola;
non merita di deturpare con le lacrime
quegli occhi suoi che sembrano parlare.

È una ruffiana la nostra rovina:
lei, la fanciulla, è buona.
È la ruffiana Frine che uccide questo infelice:
va e viene di soppiatto, portando
nascoste in seno le missive;
spesso mi dice che lei non è in casa,
mentre io da una soglia impenetrabile
riconosco la voce soave della mia donna;
spesso, quando mi è stata promessa una notte,
mi annuncia che è malata
o che teme non so quali minacce.
Muoio allora di dolore, e la mia mente sconvolta
si perde a immaginare chi possieda la mia donna
e in quanti modi la possieda.
Allora, ruffiana, ti lancio contro
tutte le mie maledizioni:
vivresti piú che in pena,
se solo una piccola parte dei miei voti
commovesse gli dei.



TIBULLO E ALTRI o LIBRO TERZO



Un libretto di versi in dono


Ecco le calende, festa di Marte a Roma
(era il capodanno dei nostri avi):
e in corteo un via vai di doni alla sua meta
corre per strade e case di città.
Pièridi, indicatemi il dono da offrire a Neèra,
che è mia e, anche se m'inganno, mi è cara.
Coi versi si seducono le belle, con l'oro le ingorde:
goda lei, che ne è degna, dei miei versi.
Ma una pelle dorata avvolga il mio bianco libretto,
dopo che la pomice gli abbia raso i fili grigi;
rechi l'estremità della sottile pergamena
un cartiglio che indichi ad arte - il suo nome
e siano dipinti i pomi che sporgono dai margini:
ecco, cosí rifinita va mandata quest'opera.

Vi prego, voi che avete ispirato questo mio canto,
per l'ombra di Castalia e le sorgenti pierie,
andate alla sua casa e donatele il mio libretto
prezioso com'è, senza che perda colore.
Lei mi risponderà se nutre per me la stessa passione,
se è men viva o se del tutto le è caduta dal cuore.
Ma prima, come merita, salutatela con affetto,
e con tono dimesso ditele queste parole:
'Chi un tempo ti fu sposo e ora fratello, casta Neèra,
questo piccolo dono ti manda e ti prega d'accettarlo;
e giura che piú del suo sangue gli sei cara,
sia che tu voglia essergli sposa o sorella.
Ma meglio sposa: solo le acque livide di Dite
in morte gli toglieranno la speranza di questo nome'.



La morte annunciata


Chi per primo strappò l'amata a un giovane
e l'amato alla sua donna, cuore di ferro aveva;
e duro cuore chi tanto dolore poté sopportare
continuando a vivere sradicato dall'amante.
No, cosí forte io non sono, non sa resistere a tanto
il mio carattere: il dolore spezza anche i piú forti
e non ho vergogna di dire il vero e confessare
che d'una vita cosí provata mi sento stanco.

Allora, quando sarò mutato in ombra impalpabile
e una cortina di cenere coprirà le bianche ossa,
qui mi raggiunga Neèra coi lunghi capelli scomposti
e davanti al mio rogo pianga sconsolata;
ma l'accompagni il cordoglio della sua cara madre:
l'una rimpianga il genero, l'altra il suo uomo.
Invocati in preghiera per la mia anima i Mani
e purificate per rito le mani nell'acqua,
chiuse nella loro nera veste raccoglieranno
ciò che solo rimarrà del mio corpo, le ossa bianche,
e, riunitele, le spruzzeranno prima di vino vecchio,
poi avranno cura d'irrorarle di latte candido,
di tergerle con veli di lino sottile
per riporle asciutte in una nicchia di marmo.

Là si versino i balsami che dall'oriente gli arabi,
la Pancaia e l'Assiria ci mandano a profusione
e ancora là si versino lacrime in mia memoria.
Cosí vorrei che fossero sepolte le mie ossa.

Ma una lapide indichi la triste causa della morte
e sulla parte esposta a tutti rechi incisi questi versi:
'Lígdamo qui giace: dolore e strazio per Neèra,
la sposa che gli fu strappata, ne causarono la morte'.





Lígdamo, Voti d'amore


Che giova aver riempito il cielo di voti, Neèra,
e averlo blandito d'incenso con tante preghiere?
non per uscirmene da un palazzo di marmo,
famoso e ammirato per la splendida casa,
non perché i miei buoi arassero molti iugeri di terra
e questa, generosa, mi fruttasse grandi messi,
ma per dividere con te le gioie d'una lunga vita
e spegnere la mia vecchiaia sul tuo seno,
quando in morte, percorso il tempo della luce,
fossi costretto a salpare ignudo sulla barca del Lete.

Che mai mi serve il fardello d'una montagna d'oro
o che mille buoi lavorino i miei campi fecondi?
che mi serve un palazzo sorretto da colonne di Frigia
o dalle tue, Tènaro, dalle tue, Caristo?
e un giardino in casa che riproduca i boschi consacrati
e travi dorate, pavimenti di marmo?
E che mi giova la perla raccolta sul lido eritreo,
la lana tinta con porpora di Sidone
e tutto quanto in piú la gente ammira? L'odio
vi è dentro: un'infinità di cose si amano a torto.
I tormenti del cuore umano non s'alleviano con gli agi,
perché la sorte con la sua legge regge gli eventi.

La povertà mi sarebbe dolce con te, Neèra;
ma senza di te nemmeno dai re voglio favori.
O luce abbagliante che a me potrà restituirti!
o mille volte felice sarà per me quel giorno!
Ma se il dio, che ostile mi volta le orecchie, ascoltasse
anche uno solo dei miei voti per il tuo dolce ritorno,
non mi gioverebbero regni, il fiume aurifero di Lidia,
tutte le magnificenze racchiuse in questo mondo.
Altri le brami: a me sia concesso, in una vita modesta,
di poter godere, senza affanni, della sposa che amo.
Esaudisci i miei trepidi voti, Saturnia, qui al mio fianco
e anche tu, nella tua conchiglia, esaudiscili, dea di Cipro.
Ma se il fato e le tristi sorelle, che tendono l'ordito
e filano il futuro, mi negano il tuo ritorno,
il livido Orco, signore della morta gora,
mi chiami ai suoi fiumi desolati, alla sua nera palude.




Veri non siano i sogni



Miglior sorte portino gli dei, e veri non siano i sogni
che ieri notte m'hanno guastato il riposo.
Via, dissolvetevi, allontanate questa falsa visione
e non pretendete piú che io le creda.
Solo gli dei danno presagi veri del futuro
e veri li danno le viscere scrutate dagli aruspici;
i sogni fatui, nella notte insidiosa, dei cuori pavidi
si prendono gioco, inducendoli a falsi timori;
e il genere umano, nato per patire, col farro sacro
e il crepitio del sale placa i pronostici della notte.
Ma sia che si voglia credere il sogno
fonte di verità o di menzogna,
renda Lucina sterili i terrori della notte
e faccia che a torto abbia temuto ciò che non merito,
se di turpi azioni l'anima mia non è colpevole
e mai la mia lingua bestemmiò la maestà degli dei.

Già la notte, percorso il cielo col suo carro nero,
aveva immerso le ruote nel fiume azzurro,
e ancora il dio, fausto ai cuori affranti, non m'aveva assopito:
il sonno si dilegua davanti alle case inquiete;
finalmente, quando Febo s'affacciò levandosi alto,
un tardivo sopore chiuse le palpebre stanche.
Allora un giovane, con le tempie cinte di casto alloro,
mi parve che entrasse nella mia stanza.
Nessuna cosa piú bella si vide in tempi antichi:
non era creatura umana quella.
Folti capelli biondi gli fluivano sul lungo collo
e stillavano rugiada di Siria.
Sul suo corpo di neve era il candore che emana la luna,
figlia di Latona, era il colore purpureo
che, sul volto in fiamme, arrossa le gote fresche d'una vergine,
quand'è condotta al giovane marito,
o come quando a gigli bianchi intrecciano amaranti
le fanciulle, e d'autunno s'arrossano le candide mele.
L'orlo del mantello sembrava scherzare ai suoi piedi:
questo era l'abito che ricopriva il suo corpo leggiadro.
Scintillante d'intarsi e d'oro, opera d'arte rara,
dalla spalla sinistra gli pendeva la lira armoniosa.
Modulandola al suo apparire col plettro d'avorio,
a gola spiegata intonò un canto di gioia;
ma poi che con la voce ebbero parlato le dita,
con tono dolce pronunciò queste tristi parole:

'Salve, delizia degli dei: giusto al vero poeta
portano affetto Febo, le Pièridi e Bacco;
ma il figlio di Sèmele e le sue dotte sorelle
non sanno dire cosa ci porti il tempo a venire;
a me invece il padre concesse di poter vedere
le leggi del destino e le vicende del futuro:
dunque ascolta le cose che, vate infallibile, ti dico
e ciò che il dio di Cinto t'annunzierà con voce sincera.
Cara come ti è, quanto mai una figlia alla madre
o una sposa graziosa al desiderio del suo uomo,
lei per la quale solleciti coi voti gli dei del cielo,
lei che non ti lascia passare giorno senza affanni
e, quando il sonno t'avvolge nel suo fosco mantello,
di visioni notturne senza ragione t'illude,
la stupenda Neèra, celebrata nei tuoi versi,
d'essere la donna di un altro uomo ha scelto
e il suo cuore infedele insegue diversa passione:
non gode Neèra d'essere sposa in una casa onesta.
Razza crudele, ahimè, la donna, nome infido!
Possa morire quella che apprese a ingannare l'uomo!
Ma puoi piegarla: volubile è il loro cuore:
tendile le braccia, solo la tua fiducia vale.
Amore crudele insegnò ad affrontare i duri travagli,
Amore crudele insegnò a sopportare gli affronti.
Che io pascolassi un tempo le bianche giovenche d'Admeto,
non è favola inventata per gioco ozioso:
allora non potevo godere della cetra armoniosa
o accompagnare la voce col suono delle corde,
ma intonavo il mio canto su una canna traforata,
io, il figlio di Latona e di Giove.
Non sai, ragazzo, cosa sia amore, se di sopportare
dura signoria e travagliata unione rifiuti.
Non esitare dunque a servirti di blandizie e lamenti:
una preghiera insinuante vince i cuori piú duri.
E se predicono il vero gli oracoli dei santuari,
riferiscile a nome mio queste parole:
l'unione felice che il dio di Delo ti promette
è questa: non volere un altro per marito'.

Disse, e il torpore del sonno si dileguò dal corpo.
Possa io non subire cosí grandi sofferenze!
Non voglio credere che ai miei siano opposti i tuoi desideri
e che colpa cosí grande sia chiusa nel tuo cuore:
non ti generò la distesa deserta del mare,
né la Chimera che dalla bocca feroce lancia fiamme,
né il cane che sul dorso porta un groviglio di serpi
e ha tre lingue e tre teste, o Scilla
al cui corpo di vergine si mescola quello dei cani;
non t'ha nutrito in seno una feroce leonessa
o la barbara terra di Scizia o l'orrenda Sirti,
ma una casa civile, vietata a gente spietata,
e la piú dolce di tutte le madri
e un padre che piú amabile non saprei trovare.
Questi sogni crudeli li volga un dio in sorte migliore
e di renderli vani a un vento tiepido comandi.



Agli amici lontani


L'onda che sgorga dalle sorgenti d'Etruria vi trattiene,
l'onda che nella canicola estiva è meglio evitare,
ma che simile è ora, quando la terra si scioglie
nel rosso della primavera, alle linfe sacre di Baia.

A me invece Persefone annuncia l'ora piú nera:
non nuocermi, o dea, risparmia la mia giovinezza innocente.
Io non ho tentato con protervia di svelare i misteri
che rendono lode alla dea e nessuno deve violare;
la mia mano non ha infettato con succhi mortali
la coppa a nessuno, né gli ha dato polvere di veleno;
non ho senza pietà cacciato gli infermi dai templi,
non ho colpe nefande che mi rimordano il cuore,
né, rimuginando bestemmie nella follia della mente,
ho sfrenato empiamente la lingua contro gli dei avversi.

Capelli bianchi non hanno ancora sfregiato quelli neri
e giunta non è la curva vecchiaia, trascinando i piedi:
i genitori festeggiarono il mio primo natalizio
l'anno che per uguale destino caddero entrambi i consoli.

Che giova privare la vite dell'uva che cresce
o svellere con cattiveria i frutti appena nati?
Pietà, chiunque siate, dei che acque livide abitate
e in sorte avete avuto il terzo pauroso regno.
Datemi tempo prima che io conosca i campi Elisi,
la barca del Lete e i laghi cimmeri,
finché per le rughe della vecchiaia sbiancherà il mio volto
e, come i vecchi, racconterò ai bambini i fatti di un tempo.

Voglia il cielo che a torto m'atterrisca una febbre da nulla!
ma è da quindici giorni che giaccio ammalato.

Celebrate intanto voi gli dei della linfa etrusca
e con mano oziosa agitate dolcemente l'acqua.
Vivete felici, vivete memori di me,
che qui io sia o per volere del fato non sia piú;
ma voi vittime nere promettete a Dite
e coppe di candido latte mescolato al vino.



Allontana il mio dolore



Fulgente vieni, Libero (cosí nei tuoi misteri eterna
viva la vite e la tua fronte in eterno sia cinta d'edera),
e allontana il mio dolore col farmaco della tua coppa:
vinto dal tuo dono spesso cadde l'amore.

Ragazzo, colma i bicchieri di vino generoso,
versando con mano benevola il falerno.
Via, via, angosce, infame genia, via, affanni,
e qui rifulga Apollo con limpidi auspici:
assecondate il mio proposito, miei dolci amici,
e nessuno, al mio comando, rifiuti d'essermi compagno;
ma se c'è chi ricusa la mite gara del vino,
l'amata l'inganni con segreto raggiro.

È un dio questo che arricchisce gli animi e chi è superbo
l'abbatte, consegnandolo in balia della sua donna;
è un dio che vince le tigri d'Armenia, che vince le fulve
leonesse, e agli indomabili intenerisce il cuore:
di questo e di piú ha forza amore; ma voi chiedete a Bacco
i suoi doni: che ve ne fate di bicchieri vuoti?
Con ognuno concorda Libero e non guarda di traverso
chi lo venera con i piaceri del vino;
ma la sua collera cresce a dismisura contro gli astemi:
chi dunque teme l'esplosione di quella collera, beva.
Con che pene lo minacci, con quale e quanta forza,
l'attesta la preda insanguinata della madre cadmea.

Lontano da me questo timore; quanto del dio offeso
valga l'ira, lo provi lei, se v'è motivo.
Pazzo, che invoco? Disperdano i venti i miei voti insensati
e via se li portino le nubi del cielo!
Anche se per me, Neèra, non ti resta un solo pensiero,
vivi felice e luminoso sia il tuo destino.
Voglio dedicare il mio tempo alla spensieratezza della mensa:
finalmente, dopo tanti, è giunto un giorno sereno.
Difficile, ahimè, simulare una gioia inesistente,
difficile inventare scherzi quando il cuore è triste;
il sorriso si deforma su una bocca che mente
e i discorsi dell'ebbrezza suonano falsi in chi è turbato.
Perché mi lagno della mia sventura? Angosce, via, sparite:
il padre Leneo detesta i discorsi tristi.

Fanciulla di Cnosso, di fronte a un mare sconosciuto
piangesti, sola, abbandonata, gli spergiuri di Teseo:
cosí per te cantò, o figlia di Minosse, l'ispirato Catullo,
narrando il tradimento di quell'uomo ingrato.
Pensateci: fortunato chi dai dolori altrui
imparerà ad evitare i suoi;
non lasciatevi sedurre da braccia cinte intorno al collo,
non v'inganni l'insinuante promessa di una lingua infame;
anche se quell'ingannatrice giura per i suoi begli occhi,
per la sua Giunone, per la sua Venere,
non dovrai crederle: degli spergiuri degli amanti
Giove si ride e vani li abbandona ai venti.

Perché allora tante volte delle parole mi lamento
di quella bugiarda? Via da me, discorsi seri, vi prego.
Come vorrei con te per lunghe notti riposare
e con te per lunghi giorni vegliare,
perfida, tu che senza mia colpa a torto mi sei ostile,
perfida, ma, per quanto perfida, a me cosí cara!
Piace la Naiade a Bacco: perché tanto indugi, coppiere?
temperi l'acqua Marcia questo vino d'anni fa.
Non sarò io, se desiderosa di non so quale letto
quella frivola fanciulla diserta la mia mensa,
a tormentarmi tra i sospiri per quant'è lunga la notte.
Avanti, ragazzo, versa senza esitare vino puro.
Già da tempo, asperse le tempie col nardo di Siria,
avrei dovuto cingere di ghirlande i capelli.



Panegirico di Messalla


Ti canterò, Messalla,
anche se la fama del tuo valore mi spaventa.
Adatte non sono le mie deboli forze,
ma io comincerò.
Se alle lodi che meriti
pari non saranno i miei versi
(umile narratore sono
per cosí grandi gesta:
oltre a te, nessuno potrebbe
descrivere le tue imprese,
senza che queste trascendano la parola),
a me basta averlo tentato.
Non rifiutare un omaggio modesto:
anche ad Apollo furono graditi i doni
offerti dai cretesi
e a Bacco piú di tutti gli ospiti fu caro Ícaro,
come attestano nel cielo sereno
gli astri Erígone e Cane,
perché non lo neghi il futuro piú lontano.
Alcide stesso,
sul punto di ascendere come un dio all'Olimpo,
fu felice di entrare in casa di Molorco,
placando gli dei con un granello di sale:
non è detto che in loro onore
sempre vada sacrificato un toro
dalle corna dorate.
Anche questa modesta fatica ti sia dunque gradita,
perché memore io possa per te
comporre altri e altri versi ancora.

Altri celebri l'opera mirabile
di tutto l'universo:
come negli spazi immensi dell'etere
si sia stabilita la terra,
come tutt'intorno in un cerchio
sia confluito il mare,
come si espanda in ogni luogo l'aria,
che rarefatta tende a sollevarsi dalla terra,
con la sfera di fuoco a quella collegata,
e come tutto sia rinchiuso
dalla volta sovrastante del cielo.
Ma quanto osare potrà la mia Musa,
che sia pari ai tuoi meriti,
che sia maggiore (e non ne ho speranza)
o inferiore (e certo cosí lei canterà),
tutto io lo consacro a te:
non manchi tra i miei scritti
un carme cosí grande.
Per quanto ti avvolga il prestigio di una stirpe antica,
la tua gloria non si accontenta
della fama degli avi,
e non t'importa di sapere
cosa dicano le iscrizioni
alla base di ogni loro ritratto,
ma ti sforzi di superare
l'onore antico a stirpe,
per essere maggior vanto ai tuoi posteri
di quanto a te lo siano gli avi.
Non un'iscrizione sotto il tuo nome
abbraccerà le tue imprese,
ma volumi e volumi di versi immortali,
e da ogni parte converranno,
impazienti di celebrare le tue lodi,
poeti e prosatori,
gareggiando per essere il migliore.
Potessi fra loro vincere io,
per legare il mio nome a imprese cosí grandi.

Chi sul campo o nel foro
ne compie di maggiori?
Ma non è che per questo
la tua gloria sia maggiore su un piano
o minore nell'altro,
simile a una bilancia
quando da pesi uguali è retta in equilibrio
e non s'abbassa da una parte
piú di quanto s'alzi dall'altra
come invece fa se un peso ineguale
grava sui suoi due piatti,
facendola oscillare
con uno piú basso dell'altro.

E in verità se per le sue incertezze
la folla freme di contrasti,
nessun altro sarebbe in grado di calmarla,
e se si deve placare l'ira di un giudice
solo le tue parole potranno addolcirlo.
Né Pilo, né Itaca generarono
con Nestore e Ulisse,
che molto onorò la sua piccola città,
uomini cosí insigni come dicono,
sebbene il primo vivesse tanto in vecchiaia
che per tre generazioni il Titano
con ore feconde compí il suo giro,
e il secondo audacemente vagasse
per città sconosciute,
fin dove chiudono la terra
le onde estreme del mare.
E si sa che con le armi in pugno
respinse le schiere dei ciconi,
che il loto non valse a distoglierlo
dalla rotta intrapresa,
che il figlio di Nettuno
chiuso nella rupe etnea gli cedette,
perdendo orribilmente l'occhio,
vinto dal vino di Marone;
si sa che sul mare in bonaccia
trasse i venti di Eolo,
che visitò i selvaggi lestrigoni e Antífate,
dove fluiscono le fresche acque
della celebre fonte Artacia.
Ulisse solo non fu trasformato
dai filtri della scaltra Circe,
sebbene lei fosse figlia del Sole
e maestra nel mutare l'aspetto naturale
con le erbe e gli incantesimi.

E giunse sino agli altopiani oscuri dei cimmeri,
ai quali mai appare il giorno
nel fulgore dell'alba,
sia che sopra o sotto la terra corra Febo.
Vide come i potenti figli degli dei,
soggetti negli Ínferi al regno di Plutone,
rendano giustizia alle tenui ombre;
e veloce oltrepassò con la nave
i lidi delle Sirene. Non l'atterrí,
navigando ai confini di una doppia morte,
l'impeto di Scilla con la sua bocca orrenda,
quando fra le onde rabbiose
con i suoi cani selvaggiamente strisciava;
né l'inghiottí, come suole, la violenta Cariddi,
sia che dalle profondità
sino al cielo alzasse i suoi flutti
o che, spalancando i suoi gorghi,
rivelasse il fondo del mare.
E non posso ignorare i pascoli violati
del Sole errante, o l'amore e i campi fecondi
di Calipso, la figlia di Atlante, e nemmeno
la terra dei feaci, ultima meta
del suo sventurato vagabondare.
Ma sia che questi fatti abbiano trovato riscontro
nelle nostre terre o che la leggenda
abbia collocato questo peregrinare
in un mondo a noi sconosciuto,
anche se gran fatica fu la sua,
superiore tu sei per eloquenza.

Inoltre nessuno meglio di te
conosce l'arte della guerra:
dove a difesa dell'accampamento
convenga scavare un fossato,
come piantare di fronte al nemico
i cavalli di frisia,
quale luogo sia meglio chiudere
tracciando un vallo, in cui dal suolo
zampilli una sorgente d'acqua dolce,
in modo che l'accesso
sia facile ai tuoi e difficile al nemico;
come in una assidua gara di onori
si temprino i soldati:
chi scagli meglio la pesante pertica,
chi la rapida saetta o spezzi l'ostacolo
con il giavellotto dalla punta flessibile,
o chi, stringendo il freno,
sappia domare un cavallo veloce
o lanciarlo a briglia sciolta se è pigro,
dirigendolo a volte in linea retta
e altre, quando vuole, facendolo convergere
in curve dall'arco sempre piú stretto;
chi sappia difendersi con lo scudo
sia a destra che a sinistra, secondo la parte
da cui con impeto maggiore
giunge il colpo dell'asta,
chi sappia come un fulmine colpire
l'obiettivo fissato con la fionda.
Quando poi con forza si accende
la battaglia di Marte
e le schiere si accingono a scontrarsi
opponendo le insegne,
non ti mancherà la perizia
di disporle a combattere,
sia che serva asserragliare l'esercito in quadrato,
cosí che l'ordine su fronti uguali
abbia andamento retto,
sia che in due settori distinti
tu voglia dividere la battaglia,
opponendo l'ala sinistra
alla destra e la destra alla sinistra,
cosí che da un duplice scontro
nasca doppia vittoria.

Ma non si perdono i miei carmi
in lodi dubbie: canto esperienze di guerra.
M'è testimone il valente soldato
della vinta Iapidia e testimone
l'infido pannonio, disperso in ogni dove
tra i ghiacci delle Alpi, e testimone ancora
l'umile figlio delle campagne arupine:
chi vede come la vecchiaia non valga a fiaccarlo,
avrà meno stupore per le tre generazioni
attribuite al re di Pilo.
E in verità, mentre già vecchio
conclude il lungo tempo della vita,
anche se cento volte ha rinnovato il sole
i suoi anni fecondi,
non teme col suo corpo ancora agile
di balzare in sella a un cavallo in corsa
e di guidarlo con la forza delle briglie.
Ma per tuo comando quel domatore,
che prima mai aveva voltato le spalle,
sottopose il suo collo libero
ai vincoli di Roma.

Né di simili imprese sarai pago:
altre, maggiori di quelle compiute,
t'attendono, come ho scoperto
in presagi sicuri,
coi quali non potrebbe gareggiare
Melampo, il figlio di Amitàone.
Da poco avevi infatti indossato la veste
che risplende del suo bordo di porpora,
al sorgere del giorno
foriero di un anno fecondo,
quando dai flutti limpidi piú fulgido
sollevò il sole alto il capo e i venti in lotta
trattennero le loro violente folate,
i fiumi sinuosi non seguirono piú
il corso consueto e anche il mare in tempesta
si fermò placando le onde:
nessun uccello fende gli spazi dell'aria,
nessun quadrupede selvaggio
pascola immerso nelle selve:
un profondo silenzio
fu concesso ai tuoi voti.
Lasciando l'Olimpo che confina col cielo,
Giove stesso, portato da un carro leggero
attraverso il vuoto, venne ad assistere
e porse attento l'orecchio alle tue preghiere,
annuendo a tutto col capo che non mente:
il fuoco posto sugli altari
si sprigionò piú lieto tra le offerte accumulate.

Esortato dal dio, avanti,
persegui queste imprese:
nessun trionfo sarà pari ai tuoi.
Non ti fermerà la Gallia, che sui confini
è pronta alla guerra, né l'aggressiva Spagna
con la vastità dei suoi territori,
o la terra selvaggia
occupata dai coloni di Tera,
quelle dove scorrono il Nilo
e le acque regali del Coaspe,
dove il Ginde impetuoso,
per la follia di Ciro, nei campi di Arec
lungo le sue innumerevoli foci si secca;
e neppure la terra dove Tòmiri
per confine pose al suo regno
il vagabondo Araxe,
o dove il padeo, che infami banchetti celebra
su mense orribili, abita le contrade
piú lontane, vicino a Febo,
o dove l'Ebro e il Tànai bagnano i geti e i magini.
Perché m'arresto? Là dove con le sue acque
chiude l'Oceano la terra,
nessuna regione ti si opporrà con le armi in pugno.
Ti attendono i britanni,
non ancora vinti dalle armi romane,
e la parte del mondo da cui ci separa il sole.
La terra infatti si libra nell'aria
che la circonda
e tutto il suo disco è diviso in cinque zone.
Due dal freddo glaciale
sono perennemente desolate:
la terra è là occultata da un'ombra profonda
e l'acqua, anche quando comincia a sciogliersi,
non scorre a lungo,
ma si condensa in neve
o s'irrigidisce in ghiaccio compatto,
perché mai in quei luoghi all'alba sorge il sole.
Sempre soggetta all'ardore di Febo
è invece la zona centrale,
sia che nell'arco estivo
il sole si porti piú vicino alla terra,
sia che d'inverno rapido
s'affretti a tramontare.
Per questo la terra non si solleva
solcata dall'aratro,
e non produce messi la campagna
o pascoli il terreno;
nessun dio vi coltiva i campi, Bacco o Cerere,
e nessun essere vivente
abita in quelle parti torride.
Fra questa e quelle glaciali è posta una zona fertile,
la nostra e l'altra ad essa opposta:
la vicinanza del cielo, uguale in entrambe,
le rende temperate,
mentre il clima dell'una zona confinante attenua
l'influenza dell'altra.
Per questo da noi il corso dell'anno
si svolge tranquillo nelle stagioni,
per questo il toro apprese
a sottoporre il collo al giogo
e la vite ad arrampicarsi docile
sulla cima dei rami
per questo ogni anno si mietono nei campi
messi mature e solcata dal ferro
è la terra, dal bronzo il mare,
e sorgono città cinte di mura.
Cosí, quando le tue imprese
reclameranno splendidi trionfi,
nell'uno e l'altro emisfero tu solo
sarai ovunque celebrato grande.

Ma non mi bastano le forze
per divulgare cosí grande gloria,
nemmeno se Febo in persona mi dettasse i carmi.
Valgio tu hai, un uomo che all'impresa
potrebbe accingersi:
nessun altro piú s'avvicina all'immortale Omero.
Pure non perseguo questa fatica
in languide ore di ozio,
anche se la fortuna, com'è suo costume,
avversa mi travaglia.
Mentre un tempo la mia casa superba
splendeva di grandi ricchezze
e possedevo biondi solchi
che giorno dopo giorno arricchivano i miei granai,
troppo piccoli per accogliere
l'abbondanza di quelle messi,
e un gregge in folte mandrie pascolava sui miei colli,
sufficiente al padrone
e anche troppo per ladri e lupi,
non mi rimane ora che il rimpianto:
cosí ogni volta che un ricordo doloroso
mi riporta gli anni trascorsi,
l'angoscia si rinnova.
Ma anche se mi accadranno eventi piú tremendi
e venga spogliato di ciò che m'è rimasto,
la mia Musa non cesserà di celebrarti.
E non solo gli onori delle Pièridi
ti saranno tributati: per te
oserei io avventurarmi
sulle onde stesse del mare in tempesta,
anche se d'inverno si gonfiano
ai venti contrari i suoi flutti;
per te saprei (da solo fronteggiare
falangi intere o gettare il mio corpo futile
tra le fiamme dell'Etna.
Valga quel che valga, io sono tuo.
Se per me tu provi anche solo un piccolo interesse,
qualunque sia, purché ci sia,
non gli preferirei il regno della Lidia,
la fama imperitura di Gilippo,
non sceglierei di poter vincere
l'opera del poeta di Melete.
E sia che i miei versi ti siano familiari,
tutti o in parte, sia che tu li abbia solo a fior di labbra,
mai il destino porrà termine ai miei canti per te.
Anzi, quando avverrà che un tumulo
copra le mie ossa (sia che il tempo s'affretti
a darmi morte precoce o lunga vita m'attenda)
e che, mutando aspetto,
sia trasformato in un cavallo,
versato a correre sui duri campi,
o che diventi un toro,
vanto del pigro armento,
o un uccello che a forza d'ali
si solleva nel cielo limpido,
il giorno in cui il tempo senza fine
m'avrà restituito forma umana,
all'opera intrapresa nuovi carmi
intesserò in tuo onore.



La grazia di Sulpicia


Per le tue calende, Marte possente,
si è agghindata Sulpicia:
se sei saggio, scendi dal cielo ad ammirarla.
Venere te lo perdonerà: ma tu bada
che, impetuoso come sei, con vergogna
nel contemplarla non ti cadano le armi.
Quando focoso Amore vuole infiammare gli dei,
due fuochi accende nei suoi occhi.
Qualunque cosa lei faccia, dovunque muova i passi,
la grazia in segreto la plasma e l'accompagna.
Se scioglie le sue trecce, è bella coi capelli al vento,
se li annoda, è adorabile con le chiome annodate.
Infiamma se incede avvolta di porpora,
infiamma se splendida avanza in una veste bianca.
Così felice ha Vertumno sull'immortale Olimpo
mille ornamenti e mille li porta con grazia.
Unica è lei tra le fanciulle degna
che le sue morbide vesti Tiro le invii
due volte imbevute in succhi preziosi,
degna di possedere tutte quelle essenze,
che il ricco arabo, coltivando erbe aromatiche,
miete in campi profumati, e tutte le perle
che raccoglie, vicino alle acque d'oriente,
il bruno indiano sulle rive del mar Rosso.
Lei nelle feste delle calende cantate
voi, Pièridi, e tu, Febo,
che vai superbo della tua lira d'avorio.
E per molti anni ottenga questo rito solenne:
fanciulla piú degna non c'è del vostro coro.



Cerinto fra le braccia di Sulpicia


Il mio giovane risparmia, cinghiale,
che tu rincorra i pascoli fiorenti di pianura
o i recessi ombrosi dei monti,
e non t'accada di affilare per combatterlo
i tuoi denti implacabili: sua scorta,
incolume me lo conservi Amore.
Ma per passione della caccia
la dea di Delo lo porta lontano:
sprofondino le selve, spariscano i cani!
Che follia, che passione è questa
di voler cingere i boschi dei colli con le reti,
lacerandosi le tenere mani?
Che gioia c'è a entrare di soppiatto
nei nascondigli delle fiere,
graffiandosi e gambe candide
con le spine dei rovi?
Eppure per poter vagare accanto a te, Cerinto,
io stessa porterei sui monti le reti ritorte,
io stessa cercherei le orme del cervo in fuga
e scioglierei la catena all'agile cane.
Solo, solo allora amerei le selve,
se si sapesse, luce mia,
che proprio davanti alle reti
ho fatto l'amore con te;
allora, anche se ai lacci s'avvicinasse, il cinghiale
se ne andrebbe illeso, per non turbare
le gioie appassionate dell'amore.
Senza di me non esista per te amore,
ma casto, come vuole Diana,
tocca, ragazzo, con mano casta le reti;
e qualunque donna tenti in segreto
d'insinuarsi nel mio amore,
cada fra belve feroci per essere sbranata.
Lascia a tuo padre la passione della caccia
e torna, corri qui fra le mie braccia.



Per Sulpicia inferma


Qui vieni e libera dal male la fanciulla in fiore,
qui vieni, Febo, che vai superbo dei tuoi lunghi capelli.
Credimi, affrettati: mai rimpiangerai, Febo,
d'avere posto, per guarirla,
le tue mani su donna cosí bella.
Fa' che non maceri la magrezza le sue pallide membra,
che un colore orrendo non sfiguri il suo bianco corpo,
e qualunque sia il suo male,
qualunque il pericolo che temiamo,
con la furia delle sue acque
lo trascini un fiume nel mare.
Vieni, divino, e con te porta
tutti quei farmaci, tutte le formule
che danno sollievo a un corpo ammalato:
non tormentare il giovane
che teme per la vita della sua fanciulla
e che per lei fa voti senza fine.
Vedendola languire,
a volte promette, a volte lancia bestemmie
contro l'immortalità degli dei.
Deponi i timori, Cerinto:
gli dei non recano danno agli amanti:
tu continua ad amarla
e lei, la tua fanciulla, sarà salva.
Non serve piangere: alle lacrime
sarà meglio ricorrere
quando con te si mostrerà severa.
Ora è tutta tua e a te solo
pensa nel suo candore:
invano l'assedia un branco d'illusi.
Febo, sii buono: grande lode ti verrà,
salvando un solo corpo,
per aver reso vita a due persone.
E celebrato, felice sarai,
quando lieti entrambi faranno a gara
per renderti riconoscenza sui tuoi santi altari.
Felice ti riterranno allora gli dei
nella loro sacra assemblea
e ognuno ambirà per sé le tue arti.



Brucia Sulpicia per Cerinto


Il giorno, Cerinto, che a me ti diede,
sempre lo considererò sacro e di festa.
Quando nascesti, alle fanciulle nuova schiavitú
predissero le Parche e a te
concessero regno superbo.
Piú d'ogni altra io brucio, ma che io bruci,
Cerinto, m'è dolce, se in te
arde per me simile fuoco.
Reciproco sia l'amore, ti prego
per la dolcezza dei nostri incontri furtivi
e per i tuoi occhi, per il tuo Genio.
Lieto accogli nel mattino l'incenso,
Genio, e arridi ai miei voti,
solo se, pensando a me, d'amore s'accende.
Ma se ora accade che per altri amori ormai sospiri,
lasciane, ti prego, o divino,
l'infedele dimora. E tu, Venere mia,
non essere ingiusta: o l'un l'altro insieme avvinti
siamo al tuo servizio o sciogli i miei vincoli.
Ma meglio se con forza l'un l'altro ci avvince una catena,
che nessun giorno possa in futuro spezzare.
Formula il giovane il mio stesso desiderio,
anche se piú in segreto,
ché si vergogna a dirlo apertamente.
Ma tu, Natalizio, che senti tutto,
perché divino tu sei, esaudiscilo:
che importa se prega in segreto o apertamente?



Le fiamme dell'amore


Accetta, Giunone natale,
tutto l'incenso sacro,
che con le sue tenere mani
ti offre una fanciulla ispirata.
Tutta tua è oggi, e per te
con gioia immensa s'è agghindata,
per presentarsi ed essere ammirata
davanti ai tuoi altari.
A te attribuisce, o dea,
il perché dei suoi ornamenti,
anche se v'è un altro
a cui in segreto vuole piacere.
E tu assecondala, divina:
nessuno separi gli amanti,
ma tu prepara al giovane, ti prego,
un vincolo reciproco d'amore.
Bene li avrai uniti:
a nessuna, piú che a questa fanciulla,
è lui degno di dedicarsi
e lei a nessun altro uomo.
E possa il custode che vigila
non sorprendere mai i nostri spasimanti:
procuri a loro Amore
mille strade per ingannarlo.
Esaudiscila, e tutta risplendente
nella tua veste di porpora, vieni:
tre volte avrai offerte di focacce
e tre volte, diva casta, di vino.
Una madre premurosa alla figlia
raccomanda ciò che le augura,
ma lei, ormai emancipata,
ben altro chiede nel segreto del suo cuore.
Arde come ardono le fiamme
che guizzano sopra gli altari,
e anche se le fosse possibile,
non vorrebbe esserne sanata.
Stalle accanto, Giunone,
e quando l'anno prossimo verrà,
possa immutato questo amore,
ormai vecchio, rivivere nei voti.



Venuto è infine amore


Venuto è infine amore,
e vergogna maggiore mi sarebbe
averlo tenuto nascosto
di quanto sia infamante
averlo rivelato a tutti.
Commossa dai miei versi,
Citerea l'ha portato a me,
deponendolo sul mio seno.
Ha sciolto le promesse Venere:
racconti le mie gioie
chi gode fama
di non averle mai avute.
Io non vorrei affidare parola
a tavolette sigillate,
per il timore che qualcuno
le legga prima del mio amore.
Ma questo peccato m'è dolce;
m'infastidisce atteggiarmi a virtú:
tutt'al piú si dirà
ch'eravamo degni l'una dell'altro.



Un compleanno odioso


Un compleanno odioso s'avvicina,
che triste, senza il mio Cerinto,
dovrò trascorrere nel fastidio della campagna.
Cos'è piú dolce di questa città?
O forse piú s'adattano a una giovane
la villa e il fiume gelido
nella terra d'Arezzo?
Datti pace, Messalla:
per me ti preoccupi troppo:
i viaggi sono spesso inopportuni,
parente mio.
È qui che lascio,
se via mi conducete,
l'anima mia e i suoi affetti,
visto che tu non mi consenti
di scegliere come vorrei.



Passato è l'incubo del viaggio


Sai che l'incubo del viaggio s'è allontanato
dal cuore della tua fanciulla?
E che per il tuo compleanno
ora potrà essere a Roma?
Festeggiamolo tutti questo giorno,
che forse ora ti raggiunge
senza che tu l'attenda.



 A un traditore


Mi piace tutto quanto
da tempo ti permetti,
senza darti cura di me:
eviterò cosí
di cadere in fallo come una sciocca.
Abbi pure a cuore la toga
di una sgualdrina con la cesta in testa,
piú di Sulpicia, la figlia di Servio.
C'è chi è in ansia per me
e sopra tutto s'addolora
che al letto di un uomo ignobile mi conceda.



 Che serve guarire?


Hai veramente a cuore,
Cerinto, la fanciulla amata,
ora che la febbre tormenta
il mio corpo ammalato?
E certo io vorrei guarire
da questo male oscuro,
solo se ritenessi
che pure tu lo vuoi.
Che mi gioverebbe guarire,
se tu con cuore indifferente
puoi sopportare le mie sofferenze?


L'errore


Luce mia, possa io
non essere piú la tua bruciante passione,
come penso d'essere stata
nei giorni da poco passati,
se in tutta la mia giovinezza
mai ho commesso errore cosí sciocco,
del quale, lo confesso,
mi sia maggiormente pentita,
che d'averti lasciato solo l'altra notte,
per volerti celare il mio ardore.



Un giuramento pericoloso


Nessuna donna mi strapperà dal tuo letto:
con questo patto ebbe inizio e ci uní il nostro amore.
Tu sola mi piaci: oltre a te non v'è in città
fanciulla piú deliziosa ai miei occhi.
E voglia il cielo che solo a me tu appaia bella!
Se agli altri non piacessi, mi sentirei al sicuro.
Non voglio invidia, via da me questo vanto volgare:
chi è saggio, goda in silenzio dentro il suo cuore.
Cosí potrei vivere felice in boschi remoti,
dove non c'è sentiero battuto da piede umano.
Tu sei per me la pace interiore, la luce
in notte tenebrosa, il mondo nel deserto.
Se dal cielo fosse inviata a Tibullo un'amante,
lo sarebbe invano, ché in me mancherebbe l'amore.
Lo giuro sulla divinità della tua Giunone,
la sola che è grande per me su tutti gli altri dei.
Pazzo, che faccio? Ahimè, cedo i miei pegni.
Ho giurato da stolto: utile m'era questo timore.
Ora prenderai forza e con piú coraggio tu m'arderai:
ecco il danno che m'ha inflitto una lingua senza freni.
Ormai farò ciò che vorrai e tuo sarò in eterno:
non sfuggirò alla schiavitú di questa mia padrona
e in ceppi sarò avvinto ai santi altari di Venere:
è dea che marchia i reprobi e protegge chi la supplica.



Il tradimento


Corre frequente la voce che la mia amata mi tradisca
ed io vorrei che le mie orecchie fossero sorde.
Non le si fanno queste accuse, senza ch'io ne soffra:
perché, voce amara, tormenti un infelice? Taci.




MUSICA : HARP FANTASY